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Editoriale

La resurrezione della mummia

La sfinge egiziana è un gattopardo, per il quale, come nel romanzo di Tomasi Di Lampedusa, tutto deve cambiare perché nulla cambi. Tutto doveva essere rivoluzionato con la primavera laica del 2011 e la caduta del faraone Hosni Mubarak che per trenta anni, per conto dell’Occidente, aveva tenuto sotto un pugno di ferro il più strategico dei paesi del Medio Oriente. Poi invece è arrivata la vittoria elettorale dell’islamismo politico. E infine, il 3 luglio scorso, il colpo di stato dell’esercito per ripristinare al più presto la «democrazia» con, al contrario, i massacri dei Fratelli musulmani. E in conclusione, senza aspettare nemmeno un battito di ciglia dal bagno di sangue e dalla repressione sanguinosa in corso, ecco il ritorno della mummia: Mubarak sarà presto libero. Non aveva del resto dichiarato il generale golpista Al Sisi che «in Egitto c’è posto per tutti»? Non parlava dei Fratelli musulmani, ma dell’odiato raìs.
Così la stessa magistratura che incarcera il presidente democraticamente eletto Morsi e arresta tutta la leadeship della Fratellanza e la sua guida Mohammed Badie, mostrandolo in tv come «criminale terrorista» in un mondo in cui l’umiliazione è peggio della morte, apre in queste ore le porte della stessa prigione al catafalco Mubarak in persona. Per lui, infatti, sono cadute tutte le accuse di corruzione, riavrà i ranghi militari e tornerà, per ora, nell’esilio dorato di Sharm, rimasta ancora per poco senza turisti.
Resta solo da vedere se il 25 agosto prossimo sarà assolto anche per l’uccisione di centinaia di manifestanti di due anni fa. Anche per quest’ultima accusa non c’è molto da sperare: se infatti Mubarak venisse condannato, come farebbero i generali a passare per innocenti di fronte alle loro stragi (anche secondo la poco veridica versione governativa sono mille i morti e più di quattromila i feriti)? La mancanza di ogni pietà da parte dei militari corrisponde probabilmente proprio a questi fantasmi: se non facessero subito terra bruciata, con le uccisioni e il carcere, ricacciando nella clandestinità i Fratelli musulmani, allora toccherebbe inevitabilmente a loro.
Ma per capire meglio il clima di violenza, ingiustizia e ritorsione, basta vedere l’incriminazione di Mohammed El Baradei. Il diplomatico dell’Onu ex responsabile dell’Aiea che seppe tenere testa agli Stati uniti sulle menzogne sull’Iraq e soprattutto su quelle della presunta atomica iraniana, e per questo insignito del Nobel per la pace, protagonista della primavera 2011 al Cairo, alta figura di democratico e l’egiziano più autorevole e rappresentativo nel mondo. Ora è accusato di alto tradimento per avere avuto il coraggio come vice-presidente, pure insediato dai militari golpisti, di prendere le distanze dalle stragi. Rifiutando «ogni responsabilità nel versare anche una sola goccia di sangue» e per questo avendo scelto di fuggire in Europa, a Vienna, come migrante eccellente.
A fermare il baratro egiziano non saranno le flebili minacce di un’Unione europea che rimanda a ciascun paese il congelamento deciso ieri a Bruxelles degli aiuti militari «destinati alla repressione interna», ammettendo che fin qui il sostegno alla repressione era dunque garantito; né le chiacchiere di Obama che non blocca nemmeno il finanziamento annuo all’esercito golpista, con la scusa che comunque sarebbe garantito dall’alleata Arabia saudita. La democrazia – o quel che ne resta – si sa, è a senso unico: vale solo per noi. Dopo i massacri egiziani appare sempre più come uno spot pubblicitario e davvero sarà difficile raccontare che è lo strumento della governance internazionale. E’ più credibile il contrario: che la modernità “democratica” cammina sui cingoli dei carri armati e propone ovunque devastazione e guerra civile.

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