closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

La favola della web tax. E senza fretta

G-7. Nella primavera prossima l'Ocse dovrà presentare un «documento» che delinei una serie di opzioni per la tassazione coordinata delle imprese dell’economia digitale. Si vedrà

Dunque nella riunione di ieri del G-7 finanziario a Bari è stato annunciato che si andrà avanti con la cosiddetta web tax, questione su cui in particolare si è speso il nostro ministro dell’economia. Va peraltro ricordato che una proposta in tal senso era già stata approvata in Italia alla fine del 2013; ma essa era stata poi cancellata dall’allora neo premier Matteo Renzi con uno dei primi atti del suo governo. Ma senza fretta: il G-7 ha incaricato l’Ocse (ente che sarà citato più volte in questo articolo) a presentare tra un anno un documento.

Proprio così, nella primavera prossima un «documento» che delinei una serie di opzioni per la tassazione coordinata delle imprese dell’economia digitale. Si vedrà. Vogliamo preliminarmente ricordare che la riunione dei cosiddetti sette paesi più ricchi del pianeta è ormai almeno in parte un’impostura. Se consideriamo i Pil dei vari paesi con il criterio della parità dei poteri di acquisto, quello delle prime sette nazioni emergenti è oggi superiore. Per altro verso, quasi ad ogni G-7 i presenti fanno un fioretto, promettendo una qualche buona azione che poi verrà disattesa. Stavolta si tratterebbe dunque di introdurre una tassa per far pagare le imposte alle imprese operanti nel settore dell’economia digitale; tali società oggi sfuggono in sostanza dalla tassazione dei proventi nei paesi dove vengono venduti i loro beni e servizi, utilizzando a tal fine le scappatoie che forniscono loro i molti paradisi fiscali di questo mondo.

Ricordiamo che dalle stime dell’Ocse, oggi l’economia digitale rappresenta circa il 10% del Pil mondiale, mentre dovrebbe raggiungere ben il 40% in relativamente pochi anni. E ovvio, quindi, che se non si tassano adeguatamente le sue operazioni, una fetta molto importante delle ricette fiscali non viene raccolta nei vari paesi. Le tasse non pagate si traducono poi in soldi che non possono essere utilizzati per ottenere migliori scuole ed ospedali, per sviluppare gli investimenti e finanziare le energie alternative, almeno nei paesi ben ordinati. La mancanza di denaro è poi un comodo alibi per i nostri governi per ridimensionare i vari sistemi di welfare.

Le quattro più importanti imprese statunitensi operanti su internet (Apple, Amazon, Google, Facebook) sono tra quelle con il maggior valore in borsa (la sola Apple vale oggi oltre gli 800 miliardi di dollari), ogni giorno più forti, più ricche e con più settori sotto controllo. Ricordiamo poi che operano con grande successo nel settore anche tre importanti gruppi cinesi (Alibaba, Faidu, Tencent), mentre non esiste alcuna impresa europea in grado di competere con loro, ciò che fa disperare per il futuro dell’economia del nostro continente.

Le imprese internet presentano intanto rilevanti problemi di tutela della concorrenza. Come ricordava il New York Times, Google controlla l’88% del mercato della pubblicità sui motori di ricerca, Facebook possiede il 77% del traffico sui social network basato sui dispositivi mobili, mentre Amazon ottiene il 77% del mercato delle vendite di libri on-line. Ma il problema con tali società è anche la loro crescente influenza sulla cultura e sull’informazione e la minaccia che essi pongono allo stesso potere dei governi.

C’è poi un problema di tutela dei dati personali, che l’Unione Europea ha cercato di affrontare ma con una normativa alla fine insoddisfacente.

I circuiti monetari internazionali sono poi delle gigantesche via di fuga dal pagamento delle imposte, con la sostanziale complicità di governi e di autorità di controllo. Si pensi soltanto che i maggiori paradisi fiscali si trovano oggi in territori controllati dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. E comunque avevamo già letto del cosiddetto affaire Luxleaks; il Lussemburgo aveva siglato accordi segreti con centinaia di imprese multinazionali permettendo loro di pagare tasse molto ridotte. Avevamo avuto poi le vicende dei Panama Papers. Diversi mesi fa si è poi saputo che l’Ue aveva multato per 13 miliardi di dollari la Apple; ma la vicenda si trascinerà per moltissimi anni. Si scopriva parallelamente che il 55% di tutti i profitti esteri delle multinazionali Usa sono collocati in paesi che hanno una tassazione zero o vicina allo zero.

Anche in seguito a tali fatti l’Ocse era già stata incaricata di preparare delle proposte per la tassazione delle multinazionali, compito che aveva diligentemente svolto consegnando un elaborato nell’ottobre del 2015. Ma nessuna azione era seguita e l’ente era stato invece spinto a preparare una lista nera dei paradisi fiscali, nella quale mancheranno naturalmente Usa e Gran Bretagna.

Ora la nuova decisione sulla web tax: attendiamo a piè fermo dei fatti che però dubitiamo seguiranno.

  • il compagno Sergio

    L’ennesima pagliacciata.
    Tra l’altro, nell’articolo Comito cita il caso degli accordi firmati dal Lussemburgo per favorire l’evasione fiscale.
    E dov’è oggi il responsabile di quegli accordi? È il presidente della Commissione europea: è il sig. Jean-Claude Juncker.