«I consigli dell’opposizione sono sempre bene accetti. Però sulle mie dimissioni decido io», Giorgetti respinge ironizzando la corale richiesta di dimissioni dell’opposizione. Apre le danze Calenda, «Se sa di essere il ministro dell’Economia deve dimettersi», segue un coro foltissimo e ben intonato. La richiesta di dimissioni avanzata dalle opposizioni a ogni pie’ sospinto, come se fosse l’unica reazione possibile in ogni frangente, è senza dubbio stucchevole.

In questo caso però il ministro un po’ se l’è attirata. Serafico, afferma che lui la ratifica della riforma del Mes la avrebbe approvata e non per ragioni di opportunità politica nei rapporti con l’Europa ma proprio «per motivi economico-finanziari». Insomma, perché sarebbe stata vantaggiosa per l’Italia.

Di mezzo, ci s’è messa la politica: «Non era aria e per motivi non solo economici». Insomma, la rottura è stata dettata da considerazioni legate all’opportunità politica interna e come ammissione non è da poco, trattandosi di una materia tanto incandescente. Tutta la maggioranza lo difende ma da Fi Gasparri trova modo di segnalare che «la saggezza politica di altre stagioni» avrebbe rinviato il voto.

Di fatto Giorgetti ha voluto prendere apertamente le distanze dalla decisione politica di Meloni e Salvini, sfidando così la prevedibile raffica di critiche dell’opposizione. Non lo ha fatto a uso dell’opinione pubblica interna, però, ma rivolto ai partner europei. Si dice convinto che non ci saranno tensioni perché «che ci fossero problemi era noto a tutti» ma sa perfettamente che le cose sono molto meno lisce. Una riforma centrale anche dal punto di vista simbolico, accettata e invocata da tutti gli altri Paesi e bloccata col veto da uno dei Paesi fondatori non è cosa che si veda spesso nella Ue. Su un fronte così delicato, anzi non si era mai vista. Il ministro sa, e lo avrebbe anche detto ai due timonieri, che la tentazione di farcela pagare cara sarà alta. Quindi chiarisce all’Europa non solo che lui nella decisione non c’entra ma anche che a motivarla sono stati calcoli interni non dissenso tecnico.

È VERO SOLO IN PARTE, di certo non nel caso del suo leader Salvini, ma il messaggio rivolto all’Europa è chiaro comunque e Giorgetti lo correda da una seconda indicazione: «Non è che l’Europa ha sempre ragione e l’Italia sempre torto. Tutto si può migliorare, anche il Mes». Insomma se ci si rimetteranno un po’ le mani, passati i 6 mesi canonici, il discorso potrebbe riaprirsi.

Il rischio di una rappresaglia, magari non immediata ma servita a freddo, c’è però, almeno negli auspici del nostro governo, dovrebbe essere contenuto. Al momento, senza sofferenze bancarie impellenti in nessun Paese Ue, la riforma non ha urgenza immediata.

Per lo stesso motivo i mercati non dovrebbero essere turbati. L’Italia, inoltre, si è sì impuntata sul Mes, ma dopo aver ceduto su un fronte molto più nevralgico nell’immediato, quello del Patto di Stabilità. Il ministro si finge soddisfatto, registra «un passo avanti».

Ricorda che appena un anno fa anche la decisione di valutare con flessibilità le ricadute sul deficit del debito per la Difesa sembrava fuori discussione. In realtà i passi avanti sono da formica mentre quelli all’indietro, rispetto alla proposta iniziale della Commissione, sono invece da gigante.

NONOSTANTE IL GELO e l’irritazione che campeggiano in questo momento a Bruxelles e nella capitali europee è probabile che i partner terranno conto della sfida Mes su un piatto della bilancia ma anche della resa nel Patto sull’altro. Quanto alle conseguenze a lungo termine, però, il discorso è diverso. La spinta verso un’Unione non comunitaria, fatta di nazioni sovraniste e competitive tra loro, sarà inevitabile. Con piena ma miope soddisfazione di Salvini, che proprio a questo mira. Ieri il vicepremier si è detto certo che, dopo un anno difficile, il 2024 sarà «ricco di soddisfazioni». Nella migliore delle ipotesi è molto ottimista: per l’Italia il nuovo clima europeo, che si è già lasciato alle spalle la fase comunitaria del Covid per cedere il passo alla resurrezione degli egoismi nazionali che hanno già segnato l’intera trattativa sul Patto, rischia di essere invece molto più difficile.