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Editoriale

Se anche il ministro Alfano “tollera” la caccia al nero

Castel Volturno. Il titolare del Viminale, anziché deplorare l'aggressione contro gli immigrati, usa parole di comprensione per gli autori delle violenze

Niente cambia nel nostro infelice Paese per ciò che riguarda l’atteggiamento delle istituzioni e dell’opinione pubblica verso l’immigrazione. Che ormai ha quarant’anni, è parte costitutiva del nostro tessuto sociale e produttivo, eppure tuttora è rappresentata in chiave allarmistica, come emergenza e questione d’ordine pubblico, come marea e invasione. E questo contribuisce ad alimentare quella forma di paranoia di massa che, a sua volta, produce una singolare deformazione percettiva: secondo l’ultimo sondaggio dell’Ipsos, il 69% del campione intervistato pensa che i migranti (in realtà, intorno all’8% della popolazione) siano una percentuale di gran lunga più elevata.
Niente cambia, di sostanziale, e tutto ricompare, come se, paradossalmente, la nostra storia fosse punteggiata da continui balzi all’indietro. E’ il ritorno del rimosso, potremmo dire, mai elaborato, quindi sempre pronto a riemergere. Ritorna Castel Volturno, questa volta nella forma minore di una “semplice” gambizzazione, a colpi d’arma da fuoco, ai danni di due cittadini ivoriani. E si ripropone il consueto trattamento mediatico della notizia, volto a minimizzare, a descrivere aggressioni e stragi razziste come scontri, risse o liti: «Immigrati. Lite con feriti nel casertano», titolava due giorni fa lastampa.it.
Niente è cambiato, soprattutto, nelle relazioni di classe: in agricoltura come in altri settori, il profitto è garantito dallo sfruttamento estremo dei lavoratori immigrati, dalla loro deumanizzazione e riduzione a mere braccia da lavoro. Nelle campagne e nei cantieri niente è cambiato da quando, nel suo rapporto del 6 marzo 2009, l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro, organismo dell’Onu) richiamava duramente l’Italia per il trattamento inflitto ai nuovi meteci: «Maltrattamenti, salari bassi e pagati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico, in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati, senza acqua né elettricità».
Né possiamo sperare che questo episodio “minore” richiami alla memoria collettiva la strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008, compiuta dall’ala scissionista del “clan dei casalesi” di Giuseppe Setola, che fece ben sette vittime: un italiano e sei giovani lavoratori immigrati (quattro di loro provenienti dal Ghana, due dal Togo, fra loro due rifugiati). E quindi induca le autorità a prevenire il rischio di altre violenze, a smorzare le tensioni con la popolazione locale, a provvedere affinché i migranti siano protetti e sia loro garantito rispetto, diritti, condizioni dignitose di lavoro e di vita.
Nel 2008, quella che i magistrati avrebbero definito «un’aggressione terroristica a tutti gli effetti, una sorta di caccia al nero, una strage di persone estranee a ogni propensione criminale» fu dapprima raccontata dai media come un regolamento di conti fra clan: la prima cronaca che repubblica.it dedicò alla strage recava nel titolo e nel sottotitolo le parolechiave «scontro a fuoco» e «clan degli immigrati».
In quella occasione, Maroni, ministro dell’Interno, invece di piangere le vittime e condannare duramente l’eccidio, annunciò la costruzione di dieci nuovi lager per migranti e gravi limitazioni al diritto di ricongiungimento familiare. Similmente, oggi Alfano si guarda bene dal deplorare severamente l’aggressione armata, come sarebbe suo dovere. Ne approfitta, invece, per riproporre la litania del «non possiamo accogliere tutti». E di fatto assolve gli autori dell’aggressione, due italiani, affermando: «È chiaro che quando c’è uno sbilanciamento tra persone straniere e cittadini italiani si creano momenti di tensione».
E non v’è un Renzi che richiami il ministro dell’Interno e lo induca a correggere affermazioni così gravi. No, il nostro Napoleone in sedicesimo ha altro d’urgente cui pensare: anzitutto distruggere alcuni pilastri della carta costituzionale.
Per ora c’è da contare solo sugli stessi lavoratori immigrati e sulla pur debole rete di solidarietà che li sostiene. Per fortuna, da alcuni anni a questa parte, quando le braccia da lavoro aliene diventano corpibersagli, son solite rivoltarsi, in tal modo affermando almeno dignità e superiorità morale.