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Editoriale

Insediamenti o pace

Qualcuno pensava a una nuova politica israeliana? Sorpresa! Il governo militare della Cisgiordania informa che per ordine di Tel Aviv, nella regione di Gush Etzion, non lontano da Gerusalemme, 400 ettari saranno dichiarati terre di proprietà nazionale e diventeranno la base per una nuova colonia, un nuovo ostacolo al processo di pace.

I media indicano la dimensione dell’appropriazione, ma il problema vero non è quello: le terre confiscate sono importanti perché contribuiranno alla continuità territoriale degli insediamenti di Gush Etzion, al nord di Hebron, una continuità che assicurerebbe il collegamento con Gerusalemme. In altri termini, l’annessione di queste terre è un passo drastico, destinato a identificare la possibile mappa dell’annessione di terre palestinesi a Israele, se per caso si potesse arrivare a un accordo di pace sulla base della ben poco chiara formula «due popoli due Stati».

Lo abbiamo già scritto tante volte, ma è opportuno sottolinearlo ancora: a partire dal 1967, ogni nuova abitazione, ogni nuova colonia nei territori occupati è stata una chiara manifestazione dell’intenzione di creare una nuova mappa, basata su un’altra forma di annessione dei territori occupati quell’anno. A poco a poco, la destra ha allargato l’obiettivo a un altro più risoluto: ogni nuovo insediamento deve rendere impossibile una pace basata sul ritiro dai territori che sarebbero destinati agli ebrei per disegno divino..
Pochi giorni fa, il primo ministro Netanyahu ha parlato di «nuovo orizzonte politico», e non pochi – anche in Europa – hanno pensato che finalmente la lezione della problematica guerra che Israele sta conducendo da 50 anni fosse stata compresa. Ma molti dimenticano che Netanyahu potrebbe vincere le olimpiadi mondiali delle dichiarazioni propagandistiche. Quando il premier israeliano parla della pace, quello che ha in testa non ha niente a che vedere con una pace vera. Quando parla di «due Stati», in realtà parla di Israele e di una serie di cantoni deboli, sotto il controllo di Israele. Quando parla di nuovi orizzonti, ha in testa un’improbabile alleanza fra le forze più retrograde dell’area. Nei sogni di Netanyahu, Arabia saudita e gruppi islamici costituiscono già la grande alleanza – con diversi paesi arabi – che legittima l’esistenza di Israele permettendo allo Stato ebraico di perpetuare l’oppressione dei palestinesi e la loro riduzione a problema marginale, secondario.

Il momento scelto per l’annuncio della decisione è un altro frutto della guerra. In una prima fase, il primo ministro israeliano godeva di un enorme appoggio popolare; nei primi giorni della crisi, quasi il 90% degli israeliani approvava il suo modo di gestire la questione. La destra era convinta che fosse arrivato il momento di far precipitare il processo, impedire l’unità palestinese e distruggere Hamas; gli pseudo-moderati erano convinti che la guerra fosse inevitabile per colpa di Hamas ed erano felici che Netanyahu non si volesse impelagare in un’operazione di terra che poteva avere terribili conseguenze. Poi l’euforia nazionale è scemata; dopo 50 giorni, tanto sangue versato non è valso un trionfo netto. Così adesso l’azione del povero premier è approvata solo dal 35% degli israeliani.
Qual è il nemico del grande politico? In primo luogo, il suo stesso partito, che in maggioranza si trova alla sua destra. E poi il ministro degli esteri Liberman e il ministro dell’economia Benet, i quali durante la guerra attaccavano quasi ogni giorno Netanyahu avanzando richieste e proposte così estremiste da apparire più deliranti della stessa politica ufficiale israeliana.

Il problema per Netanyahu non è come trovare la via del dialogo con i palestinesi, ma come riconquistare la leadership della destra, come essere più estremista degli estremisti. La guerra, come e perché è iniziata? L’abbiamo già scritto: l’unità palestinese era un vero pericolo, non perché Hamas voglia la distruzione dello Stato di Israele, ma perché senza unità non ci può essere una vera pace. Netanyahu ha bisogno di una Hamas estremista, e non può accettare l’unità palestinese perché l’estrema destra di Israele non vuole la pace.

Il premier fa parte di una coalizione nazional-fondamentalista. I suoi alleati sono razzisti e fondamentalisti che vogliono l’annessione, non la pace. Se è necessaria la confisca delle terre, lo faranno. Se è necessario espellere e massacrare, lo faranno. Invece di stare ad ascoltare i saggi slogan del governo israeliano, invece di arrendersi al timore nei confronti del fondamentalismo dell’Isis, come si sta facendo in Europa, è tempo di mettere insieme le forze per frenare il processo, per frenare gli errori grossolani di un governo che spinge gli abitanti di Israele e quelli di tutta la regione verso una situazione sempre più tragica.
Sarà così possibile frenare anche un fondamentalismo islamico barbaro che in gran parte è creazione dell’Occidente.