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Editoriale

Il sigillo sulla continuità del malaffare

Corruzione. La sentenza di condanna definitiva per Marcello Dell’Utri, dopo quelle di Berlusconi e Previti, chiude il cerchio ma non interrompe la continuità tra il ventennio berlusconiano e la nuova fase politica siglata dalla profonda sintonia tra il governo Renzi e il capo di Forza Italia

Marcello Dell'Utri

Lo stupore, il meravigliarsi sono, secondo la grande tradizione del pensiero filosofico occidentale, gli elementi fondativi di una seria riflessione sul senso degli accadimenti. Nei giorni scorsi si è verificato un accadimento di notevole rilevanza per la comprensione di un non trascurabile spaccato della storia d’Italia: la conferma della condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Non mi sembra che stupore e meraviglia abbiano esercitato alcuna funzione nei commenti tanto della pubblicistica che del ceto politico mainstream.
Anzi, persino la notizia in sé ha rapidamente assunto l’aspetto di una scontata normalità. Ed è proprio la a-normale normalità in cui viviamo, un tempo sospeso da circa un ventennio, il problema di fondo che caratterizza la ormai lunga decadenza italiana.

La sentenza definitiva su Dell’Utri mette il sigillo finale ad una vicenda la cui sostanza e contorni erano già chiari da molti anni. Ora però è un dato incontrovertibile che l’operazione Berlusconi-Dell’Utri-Previti del 1994 aveva come fine quello di assicurarsi un rapporto biunivoco e funzionale tra sfera criminale e sfera politica. Da questo punto di vista l’operazione può considerarsi perfettamente riuscita. L’operazione è collettiva, ma il suo centro è Berlusconi. Previti corrompe per Berlusconi e con i soldi di Berlusconi. Dell’Utri è tramite e garante dell’accordo Berlusconi mafia. Berlusconi propone Previti come guardasigilli. Solo la decisa opposizione di Scalfaro fece sì che il corruttore fosse dirottato alla difesa. Non è una domanda illegittima chiedersi se Giorgio Napolitano, visto il teorizzato cinismo dei mezzi in vista di un buon fine (stabilità, riforme…), visto che allora Berlusconi si trovava in condizioni di assai maggiore legittimità rispetto ad oggi, si sarebbe comportato come Luigi Scalfaro.

Nel momento attuale il beneficiario principe di quel tipo di «discesa in politica» si propone ancora come «padre della patria». A di là dell’evidente forzatura propagandistica c’è un aspetto di verità in quell’affermazione.
Il progetto di un’Italia davvero nuova, innervata dalla tensione costante verso forme sempre più avanzate di democrazia e contemporaneamente consapevole fino in fondo di quel principio liberale di civilizzazione della politica che consiste nella teoria e nella pratica della limitazione del potere, ha, con tutta evidenza, ben altri padri. Sono i Calamandrei, i De Gasperi, i Togliatti la cui riflessione nasce dalla necessità di una rottura netta sia con antiche e negative costanti della storia italiana, sia con le radici culturale e sociali del fascismo. Poi vi è l’Italia giunta allo «ultimo gradino di degradazione e decomposizione dello spirito pubblico nazionale» (P. Bevilacqua, il manifesto, 9 maggio). Di questa patria i Berlusconi, i Dell’Utri, i Previti possono, a buon diritto, considerarsi, padri.

Il fatto inquietante è che i padri di questa seconda patria, seppure, in modi diversi, alla fine del loro ciclo, hanno molte possibilità di entrare nel pantheon materiale della patria che si sta attualmente disegnando. Per ragioni di lungo periodo e per precise scelte contingenti. Scelte che sono state fatte in tutta libertà, scelte tra alternative diverse non giustificate da nessun stato di necessità.

Le ragioni dei vent’anni berlusconiani affondano profondamente nelle sfera sociale e in quella politica italiane. Non c’è stata nessuna invasione degli Hyksos. Se ne esce solo con lo spirito che aveva animato i primi padri della patria: una rottura netta sostanziata da una vera analisi del fenomeno. Le scelte contingenti di cui s’è detto confermano, invece, la persistenza delle lunghe continuità.

In questo momento, ad esempio, leggo un lancio di agenzia. Renzi proclama: «Fermiamo i delinquenti». Leggo anche un titolo sull’home page di Repubblica. Intima il direttore: «Politica, affari, illegalità. Renzi deve fare pulizia». Lodevole proposito, lodevole invito. Intanto Renzi dovrà esercitare, però, tutta sua arte retorica nell’impossibile tentativo di spiegare una contraddizione non componibile. In «profonda sintonia» con il delinquente principe, con il grande corruttore, si accinge, infatti, a cambiare aspetti strutturali del panorama istituzionale italiano. Una continuità evidente per metodo ed obiettivi con alcune delle logiche principali che hanno caratterizzato il ciclo aperto agli inizi degli anni Ottanta e rivelatosi con chiarezza in età berlusconiana.

Sul piano del metodo politico il periodo in questione rappresenta il livello estremo, quello più basso e degradato, del trionfo della «ragion cinica». Nel 1983 un filosofo tedesco, Peter Sloterdijk, ha scritto un importante libro di Critica della ragion cinica. La data non è casuale; sebbene la ragion cinica sia una costante anche della ragion politica, nel secondo dopoguerra cominciò a diventare elemento dominante di mistificazione in coincidenza con l’apertura dell’attuale ciclo di accumulazione. Sloterdijk ha argomentato con rigore il meccanismo tramite cui il cinismo dei mezzi giustificato con la nobiltà dei fini altro non sia che un mascheramento ideologico. Il cinismo dei mezzi ha come esito inevitabile il cinismo dei fini.
Nel caso dello «spettacolo disastroso» italiano (cito l’espressione da un giornale liberale svizzero) non c’è neppure più bisogno dell’ideologia come mascheramento. «Non lo sanno, ma lo stanno facendo», diceva Marx a proposito della «falsa coscienza». Questi padri della patria lo fanno e sanno cosa stanno facendo. Non c’è più bisogno neppure di un fine alto per giustificare il cinismo dei mezzi. Il fine è apertamente altrettanto cinico: un sistema elettorale che garantisca gli attuali equilibri economico-sociali. Che garantisca una competizione senza vera lotta politica, una competizione giocata mediante un rapporto di rivalità mimetica con l’avversario.

Se questa è politica…. potremmo chiederci parafrasando Primo Levi. Certamente questa è la politica, risponde in coro il consesso dei nuovi padri della patria.

Dobbiamo augurarci che siano molti coloro che in questa patria non si riconoscono. Ed operare con un’altra politica per un’altra patria.