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Editoriale

Il ritorno del marziano

Ignazio Marino

Ignazio Marino

Altro che il dream-team immaginato dal presidente del consiglio. Se Marino riuscirà a evitare l’avviso di garanzia, e dopo il lungo colloquio con i magistrati la procura non avesse motivo di indagarlo, il sindaco potrebbe ritirare le dimissioni e rivelarsi un micidiale boomerang per tutti quelli che gli avevano già fatto il funerale.

A cominciare da chi è corso in procura a consegnare l’esposto per gli scontrini, intravedendo nella classica buccia di banana giudiziaria l’occasione ghiotta di un bel bottino elettorale, non essendo riusciti a scalzarlo con le armi proprie della politica. Proseguendo con il presidente-segretario che, per interposti assessori, gli ha ritirato una fiducia che non era nella sua disponibilità dargli, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, di tenere in nessuna considerazione il voto dei cittadini. Fino ai monsignori che, seguendo l’imprimatur papale, lo avevano scomunicato bocciandone la sindacatura con dichiarazioni roboanti sulle macerie romane.

E senza dimenticare gli autori della forsennata campagna mediatica che pochi prima di lui avevano avuto l’onore di ricevere, un’offensiva all’insegna del vibrante slogan «vogliamo un sindaco che tappi le buche di Roma». Il ritorno del dimissionario in Campidoglio effettivamente sarebbe un vero colpo di scena in una trama che sembrava ormai destinata a seguire un copione coerente con il trionfo dei terrestri contro il marziano.

La possibilità di un ritiro delle dimissioni l’ha fatta intravedere lo stesso Marino nella conferenza stampa convocata all’indomani del dettagliato resoconto offerto ai giudici sulla storia degli scontrini («se ho scritto che volevo prendere tempo per valutare, significa che lo pensavo e lo penso ancora»). Nell’incontro con i giornalisti il marziano ha respinto al mittente le accuse di aver rubato soldi pubblici bollandole come una violenta speculazione delle opposizioni (Fratelli d’Italia e 5Stelle) a corto di altri argomenti. Poi ha confermato che le sue dimissioni sono state motivate dal rispetto verso la magistratura chiamata ad accertare i fatti.

E mentre la sua ex maggioranza (Pd e Sel) ora si ritrova tra le mani la patata bollente, alle finestre di palazzo Chigi potrebbe arrivare l’eco delle mobilitazioni che la rete di sostegno (“Marino ripensaci”) minaccia di replicare sotto il cavallo di Marco Aurelio.

In fondo Marino era pur sempre salito al Campidoglio con il 64 per cento dei consensi dopo aver vinto le primarie del Pd. Per quanto i romani siano abituati alle millenarie scorrerie del potere, toglierlo di mezzo con un colpetto di palazzo potrebbe averne risvegliato l’anima irriverente. I famosi venti giorni di tempo per ripensarci scadono il 2 di novembre. Sufficienti a scatenare una nuova commedia romana.

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