closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il Quirinale è protetto, in assenza di una norma

Stato-mafia. La corte di assise di Palermo ha preso una decisione di protezione istituzionale che, però, avrebbe bisogno di un chiaro intervento legislativo per non rinviare ancora una volta alla giurisdizione la risoluzione di problemi che dovrebbero essere risolti in sede politica

La corte d'assise di Palermo riunita all'aula bunker dell'Ucciardone

Nel processo per la trattativa Stato-mafia, la corte d’assise di Palermo ha dovuto superare un difficile e insidioso scoglio istituzionale prima che giuridico decidendo che Riina e Bagarella non «andranno al Quirinale» nemmeno in video e si dovranno accontentare dei loro difensori che li rappresenteranno in quella sede. Una decisione che farà discutere molto anche perché, non essendoci precedenti, ognuno farà ricorso agli articoli del codice che più si confanno alla propria tesi, proprio come nella specie ha fatto la corte d’assise che ha ben motivato l’ordinanza con norme, decisioni giurisprudenziali e, necessariamente, con qualche analogia.

Cerchiamo di seguire, in modo sintetico e con qualche approssimazione, il ragionamento della corte. Il legislatore nell’art. 205 ha previsto che «La testimonianza del Presidente della Repubblica è assunta nella sede in cui egli esercita la funzione di Capo dello Stato». Stessa cosa se si devono sentire i Presidenti delle Camere, il Presidente del consiglio o della Corte Costituzionale. Solo per questi, però, e non per il Capo dello Stato, se è necessario esperire una ricognizione, un confronto o altro, si procede nelle forme ordinarie e, quindi, devono andare in udienza pubblica.

Riina e Bagarella possono presenziare solo in videoconferenza che, però, è prevista esplicitamente per il dibattimento nell’aula di udienza e non per un altro luogo o per un altra attività istruttoria o dibattimentale: ergo non possono «salire al Quirinale» in video. C’è poi il problema di questa sede che gode delle prerogative costituzionali di inviolabilità, come domicilio in genere e come domicilio del presidente in specie e non può essere usata come una qualunque aula di udienza, tanto che lì dentro il presidente della Corte d’assise non potrebbe mai usare i suoi poteri d’imperio come, per esempio, far intervenire i carabinieri per assicurare l’ordine.

Una mia perplessità permane per l’imputato a piede libero Mancino che, nel caso di esame di un testimone che, per un impedimento, deve essere sentito nel luogo in cui si trova, può chiedere di essere presente (art. 502): anche per la sua esclusione sembra ave giocato la non assimilabilità del Quirinale all’aula di udienza o al domicilio del testimone impedito. Quest’ultimo articolo poi prevede l’esclusione del pubblico e delle parti private che possono essere rappresentate solo dai rispettivi difensori: fuori così anche le parti civili.

Come nel caso delle ormai famose intercettazioni indirette, anche per l’esame testimoniale del Capo dello Stato manca una norma esplicita che ne regoli i modi e le forme, comprese quelle della partecipazione delle parti. Penso che nella decisione della Corte d’assise deve aver pesato proprio il precedente delle intercettazioni indirette e il relativo pronunciamento della Corte Costituzionale, tutto teso a individuare un bilanciamento tra i diritti della difesa e le prerogative presidenziali, diritti e prerogative tutti costituzionalmente rilevanti. Una decisione, dunque, di protezione istituzionale che, però, visti i tempi tempestosi in cui viviamo, avrebbe bisogno di un chiaro intervento legislativo per non rinviare ancora una volta alla giurisdizione la risoluzione di problemi che dovrebbero essere risolti in sede politica.

  • Riccardo

    Vorrei ricordare l’intervista del procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, ospite di ‘In mezz’ora’ di Lucia Annunziata. Disse chiaro e tondo che “La trattativa tra pezzi delle istituzioni e la mafia c’e’ stata”. Meglio ricordarlo, visto che i TG nazionali, ho osservato, parlano sempre di “presunta trattativa”. La mafia nello stato italiano, è ben presente, ed efficace. E tra la versione delle TV dello stato (che tratta con la mafia) e quella del procuratore Lari, scelgo la seconda.

  • mario

    Caro Giuseppe,

    articolo debolissimo che omette tutti i punti delicati.

    Permittimi di iniziare dalla tua “perplessità”, che forse la corte avrebbe dovuto ammettere l’imputato a piede libero. Rimane francamente molto difficile capire come tu possa davvero avere questa perplessità: non significa che accetti un criterio di discriminazione tra imputati che, sotto il profilo dei diritti di difesa nel procedimento in oggetto, devono essere invece garantiti a tutti egualmente? Una clausola mal formulata della norma sulla presenza da remoto non sembra poter essere invocata per poter suggerire – come fai – una tale discriminazione. Paradossalmente critichi la corte di Palermo sull’unico punto su cui dovresti convenire.

    Ancora, banale farti notare – ma avresti dovuto notarlo tu stesso – che in linea di principio non sta nè in cielo nè in terra che possano partecipare gli avvocati degli imputati ma non gli imputati, perchè a quest’ultimi – se non si concepisce la presenza (obbligatoria) della difesa legale come indissolubile alla presenza degli imputati e a solo tutela di quest’ultimi – dovrebbe allora essere riconosciuto il diritto di autorappresentarsi, gli imputati essendo ovviamente i primi avvocati di loro stessi. E ancor più banalmente, che ne sarebbe del diritto di revoca del proprio legale in ogni istante del procedimento? e del diritto dell’imputato di suggerire, all’istante, le domande da porre al testimone? E ancora – come in altro articolo si sospetta – se nemmeno gli avvocati potranno porre domande, dove va finire il principio che la prova nel processo penale si forma nel contradditorio della parti? Come vedi, ammessa la testimonianza del Presidente, difficile evitargli il confronto diretto con gli imputati. Sembra perfino emergere una idea medioevale della diginità del sovrano tale che la sua persona non possa essere ‘sporcata’ dal confronto con un vecchio delinquente.

    Financo errata mi sembra la tua affermazione che “lì den­tro [= Quirinale] il pre­si­dente della Corte d’assise non potrebbe mai usare i suoi poteri d’imperio come, per esem­pio, far inter­ve­nire i cara­bi­nieri per assi­cu­rare l’ordine”. Nel remoto caso, chi secondo te dovrebbe allora assicurare l’ordine: un testimone durante la sua deposizione? I Carabinieri autonomamente? un funzionario del Quirinale motu proprio? Come vedi qualcosa di profondo non torna nel tuo ragionamento. Personalmente non vedo nemmeno come – per il tempo della deposizione – si possa evitare di considerare la stanza del Quirinale essere la sede di udienza della Corte, che si deve definire sede di udienza il luogo ove si riunisce la corte in udienza, e non particolari edifici con la targa Tribunale (e quindi di nuovo del tutto irrilevante la formulazione della norma su la presenza da remoto).

    Inutile, banalotta, leggermente ruffiana al clima antipolitico e probabilmente errata la tua conclusione, che gli hard cases sono proprio il campo della giurisdizione, e non della politica.

    Ma l’incipit del tuo articolo è il vero punto dolente. Scrivi di “un dif­fi­cile e insi­dioso sco­glio isti­tu­zio­nale prima che giu­ri­dico”, espressione letteralmente priva di significato, ma – svelata la tua metominia – molto chiara nei termini di fondo: dove stiamo tra Ragione di Stato e Garanzie costituzionali? Francamente, da questo articolo, su questa questione, non sembra che tu stia con le seconde. Quel che sembra è un arrampicarsi su gli specchi, per difendere qualcosa o qualcuno che non mi è chiaro sia veramente difendibile.

    Del tuo fallace argomentare hai una motivazione politica; si può fare per una causa giusta, ma siamo sicuri che la causa sia giusta?

    Grazie dell’attenzione.
    mario