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Editoriale

Il punto di vista del cemento

I dati Osce affermano che la crisi economica italiana è la più grave tra i paesi del G7. Martedì scorso il presidente del consiglio ha ripetuto in Parlamento che servono mille giorni per vedere i risultati delle riforme annunciate. Ma nel campo della città e delle grandi opere Renzi ha già legiferato accettando il punto di vista della grande proprietà edilizia, delle imprese e dalla finanza speculativa. Tutte le riforme verranno in futuro, ma il cemento ha evidentemente la priorità su tutto e si perpetuano le politiche che hanno provocato la crisi che attraversiamo.

Molti articoli sono infatti indirizzati alla costruzione di strumenti finanziari come i project bond, alla defiscalizzazione del project financing, al potenziamento del braccio operativo della grande svendita del patrimonio immobiliare, e cioè Cassa depositi e prestiti. Una serie impressionante di commi scritti su misura dei tanti appetiti speculativi Il decreto contiene, tra tanti, cinque errori catastrofici. Il primo di aver ulteriormente semplificato (art. 17) le modalità per eseguire i lavori edilizi. Storia vecchia. Nel 2009 quando approvò il Piano casa che si basava sulla stessa filosofia di abolizione di tutti i controlli, Berlusconi affermò che il provvedimento avrebbe fatto aumentare il Pil di 4 o 5 punti. Da allora è iniziata la crisi del settore. Non è dunque questione di semplificazioni: siamo dentro una crisi strutturale e continuare sulla stessa strada significa illudere il paese.

Seconda questione. Pur di permettere nuove speculazioni nel decreto (sempre art. 17) si permette a chi realizza un nuovo quartiere di realizzare le opere di urbanizzazione per “stralci”. Un pezzo di strada, forse. O mezzo marciapiede. Chi ha scritto quella vergogna dovrebbe vedere come operano le pubbliche amministrazioni nelle città europee: prima si completano le urbanizzazioni e poi si costruiscono le case. In Italia ci sono le periferie più oscene d’Europa ed ora si premiano i responsabili.

C’è poi la ulteriore semplificazione delle procedure di valorizzazione e di vendita degli immobili dello Stato (art. 26). In questo caso la novità è che i comuni possono individuare gli edifici pubblici da valorizzare di qualsiasi amministrazione statale. Il patrimonio di tutti gli italiani viene messo in mano alle lobby locali: a venderlo ci penserà CDP e la sua società immobiliare Sgr, emanazione della cultura di JP Morgan.
Il quarto errore è di non aver ridotto l’elenco delle grandi opere. Molte di esse sono state inserite per le pressioni di ministri, di amministratori locali e lobby: basta leggere le istruttorie del Mose e degli altri scandali per comprendere come funzionava il sistema. Con questo sistema le opere «di interesse nazionale» sono diventate 348 e non è certo colpa della «burocrazia» se non si realizzano. Sono troppe, e specie in un periodo di crisi occorrerebbe concentrarsi su quelle davvero importanti e cancellare opere utili solo agli affaristi che le hanno inventate. Il decreto Renzi non mette mano a questa esigenza di moralizzazione e continueremo a svenarci per alimentare il verminaio che ha distrutto l’Italia.

L’ultimo pilastro del decreto è, inutile dirlo, l’ulteriore cancellazione della tutela paesaggistica: la cementificazione del paese deve continuare ad ogni costo.

Allo sblocca Italia bisogna poi aggiungere il disegno di legge in materia urbanistica del ministro Lupi dove si evita furbescamente di compiere il bilancio della crisi edilizia provocata da venti anni di deregulation. Ma Nomisma ha stimato che esistono 700 mila alloggi nuovi invenduti: siamo in sovraproduzione e da questo elemento deriva la crisi. La proposta cerca invece di favorire la costruzione di nuovi quartieri. Non è un caso. Vezio De Lucia insiste sul nodo del 1963, quando l’inaudita campagna di stampa contro la riforma urbanistica di Fiorentino Sullo combattuta con lo slogan «vogliono togliere la casa a otto milioni di capifamiglia», impedì all’Italia di diventare un paese moderno. Quel blocco di potere continua a tenere in ostaggio l’Italia: costruire altri quartieri provocherebbe una ulteriore svalutazione delle case degli italiani. Sono Lupi, Renzi e la grande proprietà fondiaria che vogliono vendere davvero le case ai 18 milioni di capifamiglia.

I provvedimenti sulla città e sulle grandi opere sono l’unico caso in cui Renzi non ha fatto promesse ma ha sposato la cultura Berlusconiana, altro che cambiare verso. La maglia nera che l’Ocse ci ha assegnato deriva dall’anomalia storica italiana di non aver regolato i conti con la rendita immobiliare. È ora di cancellare questo ritardo, solo così potremo pensare di liberare risorse economiche oggi bloccate nella speculazione immobiliare. E, soprattutto, difendere dalla svendita il patrimonio immobiliare di tutti gli italiani.