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Editoriale

Il premio in palio per Putin

Cominciano i giochi olimpici di Sochi. Ma nello spazio tra il Caucaso e il Mar Nero si giocherà una partita ben più vasta è diversa da quella delle gare. È in corso – attorno alla Russia e dentro la Russia – qualcosa di molto simile a una guerra. Non la si può chiamare Nuova Guerra Fredda, perché le cose si presentano oggi in altra forma e con altri giocatori. Ma viene da pensare alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Anche allora l’Occidente si divise. L’intervento sovietico in Afghanistan, iniziato nel dicembre dell’anno precedente, aveva fatto scattare le ritorsioni. Washington fu assente, insieme ad alcuni altri paesi. L’Italia ci andò, come quasi tutti gli europei, dopo molte esitazioni e in mezzo a forti pressioni. Oggi il premier Letta assisterà all’apertura, ma non ci saranno molti leaders europei: quelli che sono stati protagonisti delle guerre di Libia, di Siria e in Africa, per esempio. E quelli che hanno agito in Ucraina.

Nel 1980 non c’era il terrorismo nell’Unione Sovietica. La Cecenia era una repubblica di cui nessuno conosceva l’esistenza. E la fine dell’Urss non era lontanamente immaginabile, mentre al Cremlino sedeva un cenacolo di quasi ottuagenari che aveva in gestione la «parità strategica» tra Oriente e Occidente. L’astro cinese non era ancora salito sull’orizzonte e il suo capo di governo si chiamava Hua Guofeng, altrettanto relativamente poco rilevante – agli occhi del mondo – di quanto fosse la Cecenia.

Eppure è in corso una guerra. Uno dei cui premi in palio – per chi la gioca contro la Russia – è demolire il prestigio di Vladimir Putin. Lui la volle, questa Olimpiade, anche per farsene un trofeo personale, un segno che la Russia era tornata grande e forte. E Sochi gli fu regalata perché si pensava, nella capitale dell’Impero, che sarebbe stato possibile «resettare» i rapporti con Mosca, che erano venuti sempre più deteriorandosi.

Così l’olimpiade di Sochi venne preparata sotto un cielo roseo, e ora si apre sotto un cielo plumbeo. Cosa è successo in questo breve scorcio di tempo lo sappiamo, anche se molti sembrano non avere capito, non avere percepito il grande cambiamento. Vladimir Putin non è più l’amico che ci si augurava sarebbe diventato. E Obama non è più il presidente che si era sperato. Ci sono state due guerre intermedie, Libia e Siria, giocate dall’Occidente. C’è stata, nell’agosto 2008, la fulminea guerra tra Georgia e Russia. L’Europa è in una crisi profonda, ma ha trovato il tempo e il modo di aprire un conflitto nuovo ai suoi immediati confini ad est, innescando i prodromi di una guerra civile in Ucraina.

In alcune di queste partite, solo apparentemente secondarie (in Siria e in Ucraina, per esempio) Putin ha giocato mosse magistrali, che non sono piaciute a Washington e a Bruxelles. Ma Putin ha dovuto fronteggiare manifestazioni di massa sulle rive della Moscova, proprio sotto le sue finestre, di gente che non sa in quale paese si trova a vivere e che vuole cambiare aria. È un’opposizione che nasce, inedita, strana, inattesa? Molti, in Occidente, questo hanno sperato e sperano, probabilmente sbagliando i calcoli. Quante volte l’Occidente ha sbagliato i suoi calcoli riguardo alla Russia?

E poi ci sono gli sconfitti nella guerra di Cecenia, quella che Eltsin volle e che Putin vinse, con tutta la brutalità di cui è capace la Russia quando decide di essere brutale. Le bombe di Volgograd sono il rumore e il sangue di una vendetta. Ma quel tritolo viene da lontano. Sappiamo che sultani carichi di minacce e di soldi sono andati fino al soglio di Putin. C’è dunque chi punta a incendiare non più solo la Cecenia, ma tutto il fienile del Caucaso: dal Daghestan, alla Kabardino-Balkaria, all’Ingushetia. C’è il fuoco sotto la cenere del conflitto, non sedato, tra Georgia, a un lato, e Abkhazia e Ossetia del Sud dall’altro.

C’è l’Ucraina, che potrebbe precipitare dentro se stessa prima di scivolare in un’Europa incapace di gestirla. Ci sono gli appetiti espansivi dell’«allargamento» della Nato a Est.

E c’è, purtroppo, l’illusione in alcuni gruppi dirigenti occidentali, inclusi gli europei, che la Russia di Putin sia ancora quella di Boris Eltsin. Così non è. Se a Sochi succederà qualche cosa di sgradevole, o di grave, non sarà senza conseguenze su tutto il quadro, già plumbeo, che stiamo vedendo.