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Editoriale

Cara Rossana, Karol già ci manca

K. S. Karol 1924 - 2014. Un «progressista anti-totalitario», che all’epoca voleva dire comunisteggiante antibolscevico. Karol detesta gli stalinisti ma ancor più gli anticomunisti. Il testo dell'orazione funebre di Jean Daniel

K. S. Karol

Cara Rossana,
la mia esitazione a pronunciare le parole che seguono è venuta meno quando ho visto il conforto, pur modesto, che sono ancora in grado di recarti. In un primo momento avevo rifiutato, perché l’epoca ci rende fragili, e anche perché se ne stanno andando tutti, riempiendoci di ricordi che sono altrettante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abbandonati dopo tantissimo tempo. Non ci ha lasciati, ma non possiamo più rivolgerci a lui come prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lontano, ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di chiedermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafaurie al mio posto. Per Karol occorrono degli eventi, non parlo di te Rossana, ma in questo momento per eventi come quelli che accadono in Ucraina, con il possibile ritorno a diverse piccole guerre fredde, non posso fare a meno di dire che Karol ci manca, e di rileggere, come ho fatto, alcuni suoi articoli tuttora impressionanti, colti e decisi come sono. Ma torniamo al nostro incontro.

Primo giorno della guerra d’Algeria

Ho appena pubblicato un libro ambientato in quel paese. Karol lo legge e lo segnala subito ai responsabili dell’Express con il quale collabora. Grazie a questo, arrivo anche io all’Express e si forma un trio che fa parlare di sé: Serge Lafaurie, K.S. Karol e io. Per venti anni saremo inseparabili. Chi è lui? Ha perso l’uso dell’occhio sinistro ma è bravissimo nel farlo dimenticare. Parla almeno sei lingue. Ha un accento affascinante e una capacità senza eguali di reinventare la lingua francese. Ha fatto la resistenza in Polonia, è stato imprigionato in Unione sovietica, è tornato in Polonia. Ma come ha attraversato tutte queste prove? Che cosa gli hanno lasciato? Per adeguarsi all’ambiente, egli si dice «progressista anti-totalitario». All’epoca i progressisti erano comunisteggianti ma antibolscevichi. Karol detesta gli stalinisti ma ancor più gli anticomunisti. Il suo maestro è Isaac Deautscher, che vive a Londra, come suo padre.

Il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni

È un pozzo di scienza in materia di comunismo e di rivoluzioni a Est. Ha amici ovunque in Europa e soprattutto in Italia, dove i comunisti lo accolgono bene, proprio perché è antistalinista.
Il Partito comunista italiano è particolarmente aperto (è il partito di Togliatti e di Enrico Berlinguer), ma c’è soprattutto una piccola formazione, giovane, brillante e radicale che si chiama il manifesto. Alla guida del gruppo una donna notevole, una marxista luminosa e intransigente: Rossana Rossanda, che egli sposerà. E c’è Luciana Castellina – il suo diario è stato da poco pubblicato in francese. Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba, l’altro sulla Cina; in due libri successivi, egli sfuma e corregge le tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che egli vive per e attraverso il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni. Aperto alla discussione, diventa settario quando sospetta di atlantismo un politico o un collega.
Ha un senso incredibile dei rapporti umani. Un giorno riesce a far incontrare Mendès France, il laburista britannico Aneurin Bevan e il socialista italiano Pietro Nenni, con i quali pensa che si possa intaccare il prestigio dell’Unione sovietica senza avvicinarsi però agli Stati uniti.
Politicamente non eravamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a questo collettivista impenitente che poteva vivere unicamente in una democrazia occidentale. Il manifesto riuniva giovani rivoluzionari ma le sue animatrici, Rossana Rossanda e Luciana Castellina, provenivano da grandi famiglie. A margine, si potevano ascoltare le analisi di Lucio Magri, sindacalista e filosofo, aspetto da attore americano, una delle guide del nostro André Gorz.

In fondo, pensava come Sartre

Quando inizia a uscire Le Nouvel Observateur, riservo naturalmente un posto per K.S. Karol, che ogni settimana distilla la sua impareggiabile conoscenza sul mondo comunista. Le sue tesi sono oggetto di discussione, quando si tratta di Castro e soprattutto di Mao, il tiranno rosso che malgrado tutto egli ammira. Il comunismo era l’unico mondo che lo interessasse davvero. Karol era amico di Fidel Castro ma finì per rimproverargli severamente l’astio verso gli omosessuali. Per Mao, era un’altra storia, piena di scintille, e dovevo continuamente fungere da arbitro. Il nostro amico è un uomo che può incontrare Chou En Lai. Ma è contestato e l’offensiva viene dai Roy: Jules e Claude. I quali tornano dalla Cina con accuse terribili – e giustificate – contro il regime maoista. Scatenano una tempesta che gestisco male. Non è una rottura ma una lacerazione.
Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che incoraggiavano i rivoluzionari che a quelli che ne temevano le derive. In fondo, pensava come Sartre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più odio chi lo usa come pretesto per schiacciare il proletariato». Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…

* Il testo che proponiamo è stato letto alla cerimonia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mercoledì 16 aprile 2014.

jean daniel

Jean Daniel, tra i maggiori interpreti della cultura della sinistra francese, è stato il fondatore e direttore (fino al giugno 2008) del settimanale «Le Nouvel Observateur». Leggi qui l’articolo in lingua originale.

  • Piera

    La morte di Karol. Sono io stessa in lutto e leggendo ciò che ha detto Jean Daniel ho sentito l’eco del tempo passato e che non torna, che io ho vissuto diversamente in una famiglia comunista, in cui, anni ’50, mio padre si ammazzava di lavoro e spesso era fuori anche la sera e la notte per partecipare alle assemblee di cellula, ai comizi come responsabile politico del partito. Anni in cui, tornando a casa, per rientrare fischiettava l’INCOMPIUTA per farsi riconoscere dalla mamma. Un’aria pericolosa di avversione, di condanna, di pettegolezzo disonesto in cui ho anche vissuto nella scuola elementare. Penso allora a tutti quelli come mio padre, piccoli comunisti fin dal 1921.