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Editoriale

Il contagio magiaro

Virus e democrazia. Ora l’ulteriore svolta di Orbán rischia di essere contagiosa. L’Ungheria e le piccole patrie del Gruppo di Visegrad - Paesi diventati di fatto appendici della Germania dopo l’89 - erano già un prodotto dell’Europa diseguale di fronte all’irrisolta, profonda crisi del 2008 e ai diktat del Fmi

La fase dell’emergenza Coronavirus era ed è più che propizia a rimettere in discussione le forme della rappresentanza, della libertà e della democrazia. Stavolta, quasi annunciato, ne approfitta il più «esperto», il leader ungherese Viktor Orbán, che da tempo lavora proprio a questo.

Così, con il pretesto della protezione dei cittadini, con l’appoggio di un parlamento fatto a sua misura, si è fatto consegnare i «pieni poteri» – ricordate, proprio quelli che voleva il sovranista Salvini sei mesi fa in Italia, pochi giorni dopo gli incontri a Milano con il sodale leader ungherese.

I pieni poteri servono a Orbán per sciogliere l’assemblea legislativa quando lo decide lui, per abrogare tutte le elezioni, per governare solo con i suoi decreti, per abolire o indurire leggi che già esistono e promulgarne altre a piacimento, per reprimere, con la scusa delle fake news, con anni di carcere la stampa – residuale quella indipendente – che avrà il coraggio di denunciare le disfunzioni della sanità.

È un golpe, c’è poco da dire, che sale a cavallo dell’allarme sanitario e istituzionale che ha avviato l’emergenza in tutto il mondo e in Europa. Per un verso Orbán – il leader, spiegava la filosofa Aghes Heller, che «non si rivolge al popolo se non in forma oratoria» – tira le somme di un processo che ha già avviato e del quale è perfino un teorico, quello della «democrazia illiberale», con la puntuale costruzione di un sistema autoritario.

E avendo dato grande prova di sé con la negazione di ogni accoglienza di fronte al dramma dei migranti e con la pratica, per primo, della chiusura dei confini e la costruzione di nuovi muri e fili spinati. Ma in Ungheria c’era da tempo un uomo solo al comando, con il partito personale Fidesz, dopo il crolloe di una sinistra di governo e impossibilitata a far pagare il prezzo della crisi del 2008 ai propri cittadini.

Un leader che ha rivisitato il ruolo dello Stato «a destra», con una Costituzione di stampo nazionalista dove le minoranze magiare di altri Paesi europei, sono richiamate al «proprio destino etnico»); che ha trasformato il Parlamento, ridotto nel numero dei deputati con abile premio di maggioranza, a teatro del suo potere; con una stampa da tempo soggetta ad un organo di garanzia e controllo; con il Codice del lavoro modificato a vantaggio degli imprenditori e a svantaggio dei lavoratori, a cominciare da quelli pubblici che ora possono essere licenziati; con limitazioni della possibilità di abortire per le donne e una campagna demografica di nascite per la patria e il riconoscimento della «famiglia cristiana» solo tra uomo e donna.

Ora l’ulteriore svolta di Orbán rischia di essere contagiosa. L’Ungheria e le piccole patrie del Gruppo di Visegrad – Paesi diventati di fatto appendici della Germania dopo l’89 – erano già un prodotto dell’Europa diseguale di fronte all’irrisolta, profonda crisi del 2008 e ai diktat del Fmi.

Ora il neo-dittatore tira le somme delle sue «fatiche» e approfitta del momento mettendo le mani nel ventre molle della costruzione comunitaria europea, allo sbaraglio di fronte alla solidarietà necessaria e negata per fermare il disastro prodotto dalla pandemia. Il conflitto attuale sui coronabond mette infatti a nudo l’Unione europea «reale»: quella che vede ancora come un mostro il debito dei Paesi europei anche di fronte all’emergenza disperata della pandemia, e invece sta a guardare distratta – dimenticando che Fidesz fa parte del Ppe il primo partito europeo – tra silenzi e ridicole prese di posizione, l’avvento di una dittatura nel cuore dell’Unione.

Che alla fine potrebbe essere l’altra vittima eccellente del Coronavirus. La minaccia, annunciata perfino da Conte, di «fare da soli» in assenza di solidarietà reale che non sia nuovo indebitamento, dice che si apre, con l’emergenza Coronavirus, un baratro sui delicati processi democratici, fin qui solo regolamentati dai governi e accettati come «necessari».

Ma la difesa della libertà, degli spazi di democrazia, della «sfera pubblica» nuovamente emergente, dell’allargamento del welfare e del protagonismo sociale restano l’unico vaccino esistente da rimettere in circolazione. Se una sinistra almeno esistesse.


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