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Editoriale

Guerra e morte nel vuoto della pace

Medio Oriente. Cause ed effetti della furiosa operazione militare lanciata da Tel Aviv contro un milione e 700mila palestinesi

I tank israeliani pronti a entrare nella Striscia

Oltre quattro milioni di israeliani, non solo nel sud, percepiscono oggi come reale la minaccia degli attacchi missilistici. Per «evitarli», Tel Aviv ha lanciato una furiosa operazione militare, diretta contro un milione e 700mila palestinesi: oltre cento bambini, donne e uomini hanno già pagato con la vita; solo una parte sono – forse – membri di Hamas.

Unità palestinese?

La decisione dell’Olp e di Hamas di formare un governo di unità nazionale è stata estremamente importante. Senza unità nazionale, senza un accordo minimo fra i gruppi prevalenti nella società palestinese non si può riuscire a trattare con Israele.

Il governo di Abu Mazen è arrivato a questa soluzione dopo il fallimento dei negoziati guidati dalla problematica «mediazione» statunitense. I termini della trattativa erano stati praticamente dettati dal governo israeliano e non era stata avviata nessuna reale discussione sul possibile ritiro, condizione necessaria per la formula dei due Stati.

Dal canto suo, Hamas è arrivato al compromesso dell’unità perché gravemente indebolito. I leader del movimento che si trovavano a Damasco hanno abbandonato la Siria due anni fa. La presidenza egiziana di Mohamed Morsi prometteva una nuova e potente alleanza; ma la rivolta che ha detronizzato i Fratelli musulmani al Cairo è stata un grave colpo per Hamas, che si è visto oltretutto odiato dalle masse egiziane sostenitrici della rivolta anti-Morsi. Questo nuovo contesto ha immediatamente aggravato la situazione a Gaza: l’assedio egiziano destinato a combattere il terrorismo fondamentalista nella penisola del Sinai, ha anche determinato un accerchiamento della Striscia.
In questa situazione di grave difficoltà anche economica, hanno avuto il loro peso anche i negoziati occidentali e russi con la nuova e più moderata leadership iraniana, e il venir meno dell’appoggio turco, che era forte al tempo di Morsi. Mentre il governo israeliano reagiva furiosamente affermando che non avrebbe mai «accettato di trattare con un governo formato anche da terroristi», la comunità europea e gli statunitensi iniziavano ad accettare l’idea di trattative.

Il governo israeliano e la pace

Durante i negoziati, la massiccia colonizzazione dei territori occupati non si è mai fermata. Dunque la realtà è molto semplice: Netanyahu, il governo israeliano, la leadership israeliana erano e sono molto lontani dall’idea di accettare una vera e duratura pace. La destra israeliana ha spesso sostenuto che Abu Mazen non rappresentasse tutti i palestinesi e che non avesse dunque senso negoziare con l’Olp. Ma quando con l’unità palestinese – pur molto precaria -, il «pericolo» è diventato reale: toccava affrontare la realtà, e condurre negoziati veri e non dettati da Washington.

La campagna israeliana che aveva cercato di screditare il governo di unità nazionale palestinese è fallita, come il tentativo di Netanyahu di impedire o far fallire i negoziati con l’Iran. A questo punto arriva il rapimento e l’assassinio dei tre giovani israeliani.

Un regalo a Netanyahu

Non è chiaro se la cellula autrice del crimine abbia davvero ricevuto l’avallo di Hamas. In ogni caso la vicenda, oltre che moralmente riprovevole, è stata un atto politicamente stupido: il governo israeliano ne ha approfittato per lanciare una repressione di enorme portata contro Hamas e la Cisgiordania. Netanyahu ha potuto ricavarne l’immagine di combattente valoroso e popolare.
L’incredibile can can organizzato intorno alla ricerca dei tre giovani rapiti ha anche dato la stura a tutto il veleno accumulato sottopelle nella società israeliana: razzismo, fondamentalismo religioso e nazionalismo integralista hanno alimentato forti ondate di fascismo, rasentando il neonazismo. Il culmine è stato raggiunto con il barbaro assassinio del giovane palestinese, picchiato, cosparso di benzina e bruciato!

Ovviamente i politici israeliani dicono che non si deve fare così, che noi siamo diversi (tutti i morti palestinesi, compresi bambini a centinaia, sono caduti nella sacrosanta «guerra contro il terrorismo»). Ma non si può negare l’esistenza di un pubblico appoggio ai criminali che hanno ucciso il ragazzo; c’è chi ha minacciato il ministro Peretz per le condoglianze presentate alla famiglia.

E l’Egitto?

Di tanto in tanto, organizzazioni fondamentaliste palestinesi lanciavano missili che atterravano nel sud di Israele. Dapprima Hamas aveva cercato di controllarli. Ma la sua estrema debolezza politica ed economica e le aggressive risposte israeliane hanno fatto precipitare la situazione.

Era chiaro che l’aumento del numero dei missili e l’ampliamento del loro raggio di azione avrebbero portato a una forte reazione israeliana.
In questo gioco nel quale tutti si disinteressano del prezzo in vite umane, Hamas diventerà nuovamente popolare grazie alla morte disseminata dalle azioni militari dell’avversario, e Tel Aviv si attribuirà un grande trionfo militare.
La chiave possibile per impedire l’attacco terrestre è nelle mani dell’Egitto. Il presidente al Sisi, soddisfatto per la debolezza degli alleati palestinesi dei Fratelli musulmani, si sta ancora chiedendo se entrare nel gioco adesso o aspettare, un po’ più di distruzione e di morti. Egli può giocare la carta del mediatore che cerca non solo di migliorare un’economia in una situazione molto negativa ma anche di ripristinare il ruolo centrale dell’Egitto nel mondo arabo.