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Editoriale

Frequenze televisive, gatta ci cova

«Molto rumore per nulla», il titolo della famosa commedia shakespeariana. E ugualmente si potrebbe dire dell’ultimo (?) colpo di coda polemico sulle frequenze televisive. Nella discussione in corso nelle commissioni della Camera dei deputati sul decreto «mille proroghe», il governo ha riformulato un emendamento sui canoni richiesti alle emittenti per l’uso dello spettro hertziano. Atto dovuto, ancorché il voto sia al momento rinviato, dopo una sequenza normativa contraddittoria. Siamo in presenza di un territorio maledetto, la quintessenza del conflitto di interessi. Tanto è vero che Dio solo sa cosa ci volle per varare l’articolo della Finanziaria del 2000 che portò all’uno per cento del fatturato delle aziende il dovuto per l’utilizzo di un bene – non dimentichiamolo- pubblico. Sì, l’etere è come l’acqua o l’aria e non dovrebbe essere gestito con logiche proprietarie. L’annunciata iniziativa dell’Esecutivo altro non è che la messa in ordine di addendi impazziti. Infatti, la decisione della legge n.488 del 1999 (l’1%) fu superata da un decreto del 2012 del governo Monti che usava come criterio di calcolo non i canali, bensì le reti di trasmissione.

L’opinabile «interpretazione autentica» data nel settembre scorso dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni chiudeva il cerchio, diventando uno sconto assai rilevante per Rai e Mediaset. Una delle conseguenze – dovendo rimanere invariato il monte complessivo – era pure il forte incremento di esborso da parte degli altri operatori, da «la7» alle emittenti locali. In tutto questo, le indicazioni della Commissione europea venivano eluse o sottovalutate. Di qui, l’annuncio reiterato del sottosegretario Giacomelli di rivedere la materia. Un primo decreto venne alla luce il 29 dicembre dell’anno passato, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del 19 gennaio: in base al quale si dovrebbe pagare un acconto del 40% rispetto a quanto versato nel 2013: «Nelle more della determinazione… con successivo decreto…dei contributi…». Ci siamo? Sembrerebbe una sequenza prevista e descritta in maniera apparentemente esplicita. Come mai, allora, Forza Italia ha gridato allo scandalo ed è stato tirato in ballo il mitico patto del Nazareno? Gatta ci cova, come si dice. Forse, davvero, più che il «patto» – incrinato, se non rotto – qui c’entra lo «spirito del Nazareno»: un sottotesto pervicace e sopravvissuto persino agli ondeggiamenti della superficie politica-politica.

Quest’ultima forse traballa dopo l’elezione al Colle di Sergio Mattarella, o così si vuole far credere. Ma il nocciolo duro della «pax televisiva» non può crollare, se no crolla davvero tutto. Berlusconi ama raccontare barzellette, ma sul diritto di proprietà non scherza proprio. Che governi o stia all’opposizione o navighi in mezzo al guado, fa lo stesso. «Dio (il vecchio Caf, quando Mattarella si dimise dal governo) me le ha date (tre reti nazionali e il resto), guai a chi me le tocca». Insomma, la reazione urlante e sproporzionata all’annunciato emendamento sulle frequenze ci racconta un aspetto cruciale del potere italiano. La televisione non è solo la Regina dei media, quanto piuttosto il collante di un sistema altrimenti logoro e ingiallito.