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Editoriale

Dov’è la festa

Il muro di Berlino. L'89, un passaggio ambiguo non solo gioiosa rivoluzione libertaria

Il muro di Berlino oggi

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scrivania: un frammento di intonaco colorato che strappai con le mie mani quando accorsi anche io a Berlino mentre ancora, a frotte, quelli dell’est esondavano verso l’agognato Occidente. Furono giornate gioiose attorno a quel simbolo di una guerra – quella fredda – che era scoppiata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella frontiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attraversata solo illegalmente: negli anni ’50 perché il mio governo non mi dava un passaporto valido per i paesi oltre la cortina di ferro (dovevamo rimanere chiusi nell’area della Nato) e perciò per parlarsi con tedeschi della Ddr, ungheresi o bulgari si prendeva il metro a Berlino e dall’altra parte ti fornivano una sorta di passaporto posticcio.

Poi, dopo la costruzione del muro, quando noi potevamo legalmente andare ad est e invece quelli di Berlino est non potevano più venire a ovest, ridiventammo clandestini: per potere incontrare, senza incappare nella sorveglianza della Stasi, i nostri compagni pacifisti del blocco sovietico, dissidenti rispetto ai loro regimi, ma convinti che a una evoluzione democratica non sarebbero serviti i missili perché solo il disarmo e il dialogo avrebbero potuto facilitarla.

Per questo, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgoglio per il merito che per questo esito aveva avuto anche il nostro movimento pacifista, l’End «per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali». Avevamo prodotto una deterrenza politica, contribuendo ad isolare chi, per abbattere il muro, avrebbe voluto scegliere la più sbrigativa via delle bombe.

E però l’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria. Fu un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze, non tutte meravigliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolorosamente nella memoria che evoca in me. Peraltro quel 9 novembre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dissociabile dalle date che seguirono di pochi giorni: il 12 novembre, quando Achille Occhetto, alla Bolognina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comunicò ufficialmente alla traumatica riunione della direzione del partito di cui, dopo che il Pdup era confluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così imponendoci – a tutti – la vergogna di passare per chi sarebbe stato comunista perché si identificava con l’Unione sovietica e le orribili democrazie popolari che essa aveva creato.

Non c’era bisogno della caduta del muro per convincersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo possibile che volevamo, non solo per noi che avevamo dato vita al Manifesto, ovviamente, ma nemmeno più per la stragrande maggioranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.

Ma non si trattava soltanto della sinistra italiana, il mutamento che segnò l’89 ha avuto portata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vittoria a livello mondiale di questa globalizzazione che tuttora viviamo, accelerata dalla conquista al dominio assoluto del mercato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riuscito a fare il socialismo gli era tuttavia rimasto estraneo.

Ci fu, certo, liberazione da regimi diventati oppressivi, ma solo in piccola parte perché non aveva vinto un largo moto animato da un positivo disegno di cambiamento: c’era stata, piuttosto, la brutale riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Tatcher, Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria. Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio, sradicando valori e aggregazioni nella società civile, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, corruzione, violenza. Il coraggioso tentativo di Gorbaciov non era riuscito, il suo partito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rimasero passive.

E così il paese anziché democratizzarsi divenne preda di un furto storico colossale, ci fu un vero collasso che privò i cittadini dei vantaggi del brutto socialismo che avevano vissuto senza che potessero godere di quelli di cui il capitalismo avrebbe dovuto essere portatore. (A proposito di democrazia: chissà perché nessuno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liquidato Gorbaciov, arrivò a bombardare il suo stesso Parlamento colpevole di non approvare le sue proposte?).

Come scrisse Eric Hobsbawm nel ventesimo anniversario del crollo «il socialismo era fallito, ma il capitalismo si avviava alla bancarotta».
Avrebbe potuto andare diversamente? La storia, si sa, non si fa con i se, ma riflettere sul passato si può e si deve ( e purtroppo non lo si è fatto che in minima parte).

E allora è lecito dire che c’erano altri possibili scenari e che se la storia ha preso un’altra strada non è perché il «destino è cinico e baro», ma perché a quell’appuntamento di Berlino si è giunti quando si era già consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

Le responsabilità sono molteplici. Perché se è vero che il campo sovietico non era più riformabile e che una rottura era dunque indispensabile, altro sarebbe stato se i partiti comunisti , in Italia e altrove, avessero avanzato una critica aperta e complessiva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limitarsi – come avvenne nel ’68 in occasione dell’invasione di Praga – a parlare solo di errori.

In quegli anni i rapporti di forza stavano infatti positivamente cambiando in tutti i continenti ed era ancora ipotizzabile una uscita da sinistra dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata. E così nell’89, anziché avviare finalmente una vera riflessione critica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socialismo che proprio non si poteva fare.

Gorbaciov restò così senza interlocutori per portare avanti il tentativo di dar almeno vita, una volta spezzata la cortina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva perseguito con tenacia, offrendo più volte lui stesso alla Germania la riunificazione in cambio della neutralizzazione e denuclearizzazione del paese.

Fu l’Occidente a rifiutare. Mancò all’appello, quando unilateralmente il presidente sovietico diede via libera all’abbattimento della cortina di ferro, il più grande partito comunista d’occidente, quello italiano, frettolosamente approdato all’atlantismo e impegnato ad accantonare, quasi con irrisione, il tentativo di una “terza via” fondata su uno scioglimento dei due blocchi avanzata da Berlinguer alla vigilia della sua morte improvvisa.

E mancò la socialdemocrazia, che aveva in quell’ultimo decennio marginalizzato gli uomini che pure si erano con lungimiranza battuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Kreiski. È così che l’89 ci ha consegnato un’altra sconfitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi finalmente un ruolo e una soggettività autonome, quella “Casa comune europea” che Gorbaciov aveva sostenuto e indicato, e che trovò solo un simpatizzante – ma debolissimo – in Jaques Delors, allora presidente della Commissione europea.

Nell’89 l’Unione Europea avrebbe finalmente potuto coronare l’ambizione di liberarsi dalla sudditanza americana che l’esistenza dell’altro blocco militare aveva facilitato, e invece si ritrasse quasi spaventata. Avviandosi negli anni successivi lungo la disastrosa strada indicata dalla Nato: ricondurre al vassallaggio le ex democrazie popolari per poter estendere i propri confini militari fino a ridosso della Russia.

Non andò molto meglio neppure in Germania. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riunificazione del paese che aveva vissuto la dolorosissima ferita della divisione, ma anche qui, più che di un nuovo inizio, si trattò di una annessione condotta secondo le regole di un brutale vincitore.

A 25 anni di distanza la disuguaglianza fra cittadini tedeschi dell’ovest e dell’est è più profonda di quella fra nord e sud d’Italia, perché la «Treuhand» incaricata di privatizzare quanto era pubblico nell’economia della Ddr preferì azzerare le imprese per lasciar il campo libero alla conquista di quelle della Rft. Cinque anni fa nel commemorare il crollo del muro il settimanale Spiegel rese noti i risultati di un sondaggio: il 57% degli abitanti della ex Germania dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne avevano nostalgia.

Oggi probabilmente quella che viene chiamata «Ostalgie» è cresciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scomparsa: tornava da un giro ad est in occasione della prima campagna elettorale del paese riunificato ed era desolato per come la riunificazione era stata condotta. La Spd non aveva del resto nascosto, sin dall’inizio, la sua contrarietà a come era stato avviato il processo).

Per tutte queste ragioni non condivido la spensierata (agiografica) festosità che accompagna, anche a sinistra, la celebrazione del crollo del Muro. Soprattutto perché – e questa è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza – e persino la voglia – di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita per passare anche l’idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo.

Un colpo durissimo inferto alla coscienza e alla memoria collettiva, alla soggettività di donne e uomini che per questo avevano lottato. E nessuno sforzo per riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato nuovo progetto. Non è un caso che anche i posteriori tentativi di dar vita a nuovi partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto impasticciate: perché incapaci di fare davvero i conti con la storia. E perciò qualche ristagno ideologico o la resa a un pensiero unico che indica il capitalismo come solo orizzonte della storia.

Nel dire queste parole amare rischio come sempre di fare la nonna noiosa che continua a rimuginare sul passato senza guardare al presente. So bene che ci sono oggi nuovi movimenti animati da generazioni nate ben dopo la famosa storia del Muro che si propongono a loro modo di inventarsi un mondo diverso.

Ma non mi rassegno a subire senza reagire il disinteresse che avverto in tanti di loro per il nostro passato, non perché vorrei ci assolvessero dai nostri errori, ma perché non sono convinta si possa andar lontano se non si ha rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà – quella ufficialmente celebrata in questo venticinquennale del Muro – così meschina da apparire arretrata persino rispetto alla rivoluzione francese dove almeno era stato aggiunto uguaglianza e fraternità, ormai considerati obiettivi puerili e controproducenti: il mercato, infatti, non li può sopportare.

Non ho molta credibilità nel proporre la creazione di partiti, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straordinario successo. E tuttavia ora ne vorrei davvero fare uno: il partito dei nonni. Non perché insegnino ai giovani cosa devono fare, per carità, ma perché vorrei che almeno due generazioni uscissero dal mutismo in cui hanno finito per rinchiudersi, intimiditi da rottamatori di destra e di sinistra.

Vorrei che riprendessero la parola, riacquistassero soggettività: per dire che sulla storia di prima del crollo del muro vale la pena di riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie ( a cominciare dalla rivoluzione d’ottobre di cui giustamente Berlinguer disse che aveva perso la sua spinta propulsiva, non che era meglio non farla). Buttare tutto nel cestino significa incenerire ogni velleità di cambiamento, di futuro.

Per finire: da quando è caduto il muro di Berlino ne sono stati eretti altri mille, materiali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India …..ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disuguaglianza globale e i muri europei «a mare» nel Mediterraneo e di terra a Melilla, contro i migranti). Non proprio una festa.

  • MarcoBorsotti

    Evviva i nonni che dimostrano di sapere ancora pensare, analizzare, interrogarsi e che soprattutto non hanno perso la voglia di pensare che ci possa essere qualche cosa di meglio della palude in cui si trova l’Italia e l’Europa. Avendo vissuto molti anni in paesi che furono dell’Unione Sovietica, dissento soltanto sul troppo benigno giudizio dato all’operato di Gobaciov e, pur se non citato, del suo ministro degli esteri Shevarnadze che, avendo incontrato spesso, giudico gravemente responsabile per la deriva che seguì la caduta del mura e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica lasciando al peggior capitalismo spazio per quella che fu una colossale rapina con stupro.

  • Apolide

    Il capitale è mondialmente organizzato benissimo, le multinazionali hanno sedi e industrie in decine o centinaia di stati, i consigli d’amministrazione sono profondamente interconessi, il capitale mondiale si riunisce spesso in vertici per accordarsi. Di contro i lavoratori sono rimasti allo sciopero nazionale di categoria, se aggiungiamo che sovrapopolazione e tecnologia diminuiscono il valore del lavoro mentre la scaristà di risorse aumenta il valore del capitale si capisce che il rapporto di forza non è mai stato così impari. per questo la politica non può che chinare il capo di fronte al capitale.

  • Angelantonio Falanga

    ci hanno fatto credere che quell’atto rappresentava la libertà, oggi
    sappiamo che invece era la vittoria del liberismo e della schiavitù
    finanziaria

  • Riccardo

    I comunisti ieri hanno festeggiato l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre!
    L’ex Germania dell’Est era bellissima!
    Povera Castellina…

  • Riccardo

    Grazie per l’intervento. Concordo. E mi unisco al dissenso sul “benigno giudizio” dato a Gorbaciov. Inutile cercare comunismo nella Castellina e nel gruppo del Manifesto che fu cacciato dal Partito Comunista. I comunisti infatti danno un giudizio assolutamente negativo su Gorbaciov, così come lo darà il Partito Comunista Cinese (su tutti i dirigenti dell’URSS che lasceranno dissolvere un impero). Insomma, per evitare equivoci, distinguiamo tra Partito Comunista e Manifesto/Castellina.

  • Riccardo

    Certo. La propaganda per abbattere il comunismo e descriverlo come dittatura infernale di scomunicati, ce la ricordiamo benissimo. Chi è comunista, a suo tempo fu dalla parte dell’URSS che intervenne in Ungheria (seppure non fu proprio contento dei mezzi impiegati – i carri armati). Ci fu invece chi si fece espellere dal Partito Comunista, e fondò un quotidiano…
    Insomma, il manifesto non ha mai visto di buon occhio il Partito Comunista, preferendo seguire la nascente sinistra capitalista, dal ’68. Il Manifesto non nasce dagli ideali e dai valori del partito Comunista, ma veicola la distruzione dei valori operata dai figli della ricca borghesia, che giocarono a fare i maoisti, e passato il vento della contestazione, si trovarono comodi posti di lavoro nel sistema capitalista. (Chi ha conosciuto De Andrè, ha conosciuto uno che faceva parte dell’upper-class – droghe, soldi, anarchia, cioè niente comunismo, ma in tanti pensavano che lo fosse, comunista…). La sinistra del Manifesto (come la tsiprasiana), è erede del ’68, e sposa la liberazione del desiderio Negri-deleuziana. Partito Comunista, URSS… il Manifesto preferisce ideologia gender, droghe libere (prostituzione e pornografia anche…), società migrantes. Tutte cose vietate in URSS, perché degradanti l’uomo “totale” marxiano, completo, emancipazione dell’umanità. E spacciate come “libertà” dalla sinistra capitalistica. Temo ci sia ancora tanta confusione tra i compagni che, ingannati dalla scritta “quotidiano comunista”, pensano al comunismo del Partito Comunista (italiano, sovietico, ecc.). Nulla di tutto ciò. Il comunismo di Negri (che legge, male, Deleuze), è il comunismo capitalistico. Attenzione, quindi, a seguire chi spaccia per libertà la schiavitù del capitalismo.

  • Gloria Monti

    dove firmo per iscrivermi al partito dei nonni (anche se sono un po’ troppo giovane, classe 1961)?

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Mi viene sempre voglia di rispondere a questi articoli dell’estrema sinistra. Penso che l’opinionista abbia ragione, la partita per creare un’alternativa al socialismo militarista dell’URSS la sinistra l’ha persa nel 1968. Quelle battaglie erano state create dai movimenti giovanili, più che dai partiti. Erano nati movimenti che consideravano il PCI un partito opportunista e che studiavano molto bene la situazione. Perché non è stata proseguita quella linea di uscita dal PCI? Di fatto, poi, cosa è rimasto negli anni ’70? Solo il terrorismo delle Brigate Rosse, e ci voleva poco a sostenere che la vera sinistra doveva prendere le distanze da quell’estremismo. C’è un bel libro che parla di questa evoluzione del terrorismo rosso, che, forse, sarebbe nato da quello nero. E’ di un giornalista che conosco e si chiama Gilberto Mastromatteo. Bisognerebbe approfondire meglio. Quanto ai muri che ci sono oggi aggiungetene un altro ad Ancona, sul monte Conero: divide la base atomica dal parco naturale. Lì il filo spinato del Checkpoint Charlie c’è ancora e le responsabilità sono anche di uomini di rifondazione comunista, che hanno voluto il parco naturale, accettando o illudendosi che questo potesse convivere con dei missili o con dei tunnel segreti, magari di Gladio. Oggi quest’uomo di Rifondazione dovrebbe essere uno dei consiglieri del parco e penso che abbia delle grosse responsabilità su quello che sta accadendo; forse anche a me.

  • Paolo

    1961+25= 1986 + 25 = 2011 non direi esattamente “troppo” giovane. :-)

  • Cesaralberto Cena

    quoto 100%

  • Riccardo Noè

    il problema alla baste sta nel rendersi conto che quello non era comunismo, nè socialismo, e che il gesto del muro è stato il gesto di comprendere che le ideologie del passato devono rimanere lì dove sono nate.

  • ben adam

    Quella rilettura e analisi avrebbe bisogno di minore nostalgia, una nostalgia sostanzialmente per ciò che si è stati, per quel “noi-movimento-partito-ecc” che nasce nell’errore dell’ “io” e che sempre anch’esso non può che dividere. I nuovi muri sono eredi e figli di questo stesso errore di fondo da cui nessuno è stato, e purtroppo largamente ancora è, esente in occidente e non solo.

    Andrebbe e vuole rivista, sempre la storia passata e soprattutto da chi ormai lontanamente l’ha a pieno e con diritto vissuta, in un “accadere” che va oltre ogni volere, che va per strade che, pur sbagliate, finiscono sempre per andare al giusto.
    Bisogna augurarsi, passati quei tempi, di sapere ridere di ogni orrore. Auguri Luciana

  • mario

    Negri non fu fatto arrestare per coprire le magagne dell’affare Moro e creare un gran polverone quando – a un anno dal rapimento e morte di Moro – potevano svelarsi qualche retroscena? Se leggi le memorie di Barca (padre), vedi come Pecchioli cerchi di collegare Negri alle BR fin dall’inizio del 1978. (Barca non acconsente, e di fatto è estromesso dal circolo ristretto del PCI che decide il da farsi). O pensi che Negri fosse un BR in incognito?

  • mario

    Mi piace lo spirito da bastian contrario, ma la DDR era una unica grande prigione, che non meritava di continuare ad esistere.

  • mario

    degli anni ’70, in Italia e nel mondo, è rimasta un bel salto nei diritti civili di milioni di persone, e il superamento di mille forme di paternalismo sociale e civile. Poteva rimanere di più? Forse, chissà. Le BR sono state un episodio, dovuto in gran parte alla chiusura del sistema politico italiano di allora, in piccola parte a vecchie tensioni tra stalinisti pro-sovietici e leninisti non filo-sovietici (che le BR non lo erano) e forse in piccola parte a qualche interferenza di potenze varie.

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Io credo che tu Mario stia dando troppa importanza politica a chi come le BR redigeva manifesti pieni solo di deliri e vaneggiamenti. Ho visto anche il video del processo farsa al fratello di Peci e trovo che quelle persone fossero dei maniaci e niente altro. La cosa che mi preoccupa è l’aver letto su un documento parlamentare che uno di questi brigatisti recentemente ha ottenuto un NOS dai carabinieri, cioè ha avuto il nullaosta per gestire documenti riservati dello Stato. C’è una commistione tra malavita, servizi segreti e cosa pubblica che è spaventosa. Il tutto è aggravato dal prolungamento del Segreto di Stato a 15 anni. In pratica il giornalista può anche cambiare mestiere, perché i 3 euro a pezzo non sono solo un problema economico, ma una spada di damocle dei cospiratori sul suo lavoro.

  • Riccardo

    No, non l’ho mai pensato. Non mi riferivo al passato di Negri. Né dei vergognosi tentativi di incastrarlo. Mi riferivo al Negri politico-filosofo, al Negri pensatore, alle sue opere, particolarmente quelle recenti, da Impero in poi. Qui si parla di pensiero, non d’altro.

  • Riccardo

    Poesia di Brecht, del 1933. Titolo: Lode del comunismo

    È ragionevole, chiunque lo capisce: è facile.

    Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere.

    Va bene per te, infórmatene.

    Gli idioti lo chiamano idiota, e i sudici sudicio.

    È contro il sudiciume e contro l’idiozia.

    Gli sfruttatori lo chiamano delitto.

    Ma noi sappiamo:

    è la fine dei delitti.

    Non è follia ma invece

    fine della follia.

    Non è il caos ma

    l’ordine, invece.

    È la semplicità

    che è difficile a farsi.

  • mario

    Ok, del pensatore non so molto, da qualche parte devo aver letto che sia stato qualificato come bordighian-spinozista. Confermi?

  • mario

    Ti rendi la vita facile.

    Quello che non credo sia più possibile (diciamo dagli anni ’30 secolo scorso) è non considerare che una bestia possa nascondersi anche nel pensare di Sx. La questione è: basta essere dalla (o della) parte degli sfruttati? E la risposta credo purtroppo sia no (sarebbe in effetti troppo facile).

    Detto con massima volgarità: tra Breznev e Reagan, alla fine si deve ammettere che il secondo fosse meglio del primo, o no?

    Detto con ancor maggior volgarità: se l’URSS avesse vinto, gli USA e GB trasformati in repubbliche socialiste sovietiche, il pensiero unico della globalizzazione quello di Suslov, staremmo peggio, o no?
    Wow
    m.

  • mario

    Mai parlato con un BR? Non credere di trovare persone meno articolate di quello che poteva essere un segretario di federazione PCI anni ’70 (o dall’altra parte di un Sogno o di un Cossiga). Senzani, quello del macabro rapimento del fratello Peci, è uno che aveva partecipato allo smantellamento – con il suo lavoro di tesi – delll’odiosa istituzione della case di rieducazione (diciamo alla Basaglia) (vedi a https : // insorgenze dot wordpress dot com 2014/10/05/ parla-giovanni-senzani-non-ho-avuto-alcun-ruolo-nel-rapimento-moro/ ). Se, come e perchè siano ‘impazziti’ è ancora un rimosso della riflessione sulla storia italiana. Aggiungo provocatoriamente che – con il senno di poi – nel 1977/78 avevano capito forse più di altri, e paradossalmente hanno aiutato più che danneggiato la stabilità (nel senso buono) dell’Italia.