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Editoriale

Dalla Majdan al voto pro Nato

Ucraina. Come volevasi dimostrare, l'Ucraina vota per perdere il proprio status di Paese «non allineato»

Quando la Majdan, da protesta popolare e variegata (all’inizio c’erano anche gruppi di sinistra, movimento lgbt) contro Yanukovich e la sua decisione di accordarsi con la Russia, anziché firmare il patto di associazione con l’Unione europea, si trasformò in qualcosa di diverso, a guida politica Usa, con tanto di Cia presente a Kiev (con il capo Brennan), l’ambasciata americana come quartier generale e la manovalanza dei gruppi paramilitari neonazisti a picchiare in piazza, apparve chiaro immediatamente il tentativo di un allargamento Nato a est, con il beneplacito – per mancanza di forza e coesione – dell’Unione europea.

Eppure la stampa nostrana continuò a dipingere con tinte romantiche la «rivoluzione ucraina», fino a ritrovarsi un governo guidato da un uomo degli americani e con un presidente oligarca, che sostituiva l’oligarca appena cacciato.

Chi non cascò nella «narrazione» suggerita da chi comandava a Majdan, specificò, invece, che quanto stava succedendo avrebbe per forza di cose prodotto una reazione in Putin e nella Russia.

Pur con le sue contraddizioni e ottusità, il presidente russo non poteva certo rimanere immobile di fronte al rischio di trovarsi le truppe Nato sul proprio confine. Pensiamo cosa potrebbe succedere, se improvvisamente Obama scoprisse di avere le truppe cinesi e russe sul confine americano (e cosa potrebbe succedere in Occidente se una casa di produzione cinematografica – ad esempio cinese – producesse un film – comico e satirico, naturalmente – nel quale salta in aria il presidente americano: potrebbe essere un’altra domanda retorica utile in queste giornate).

Tornando all’Ucraina: la Majdan apparve fin da subito, dunque, una mossa a guida americana, facente perno sulla Nato, per proseguire quell’allargamento ad est iniziato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il voto del parlamento di Kiev di ieri, con il quale l’Ucraina sancisce la fine del proprio status di paese non allineato, è la conferma di quanto chiaro già da oltre un anno.

Lo dimostrò la Nuland, mandando a quel paese l’Unione europea, lo ha dimostrato l’elezione e il comportamento di Poroshenko, lo hanno dimostrato gli Usa e le tante esercitazioni Nato, lì vicino, nell’ultimo anno.

  • Piero Giombi

    Tanto per parlare di qualcosa di diverso dai soliti golpe di Obama, parliamo di lavoro e di progresso economico. Di progresso, i golpisti a stelle, strisce e svastica di Kiev ne hanno portato poco, direi: il PIL dell’ Ucraina nel 2014 è a meno 9 %, crisi in Russia e nella UE, addirittura perfino in Germania. NESSUN giornale italiano, neanche voi, si è accorto però che il 22 dicembre sono iniziati i lavori del GRANDE CANALE INTEROCEANICO in Nicaragua, condotti da una ditta privata di Hong Kong che sta anche costruendo un porto in Crimea (Russia). L’ investimento in Nicaragua è di oltre 50 miliardi di dollari e permetterà di raddoppiare il PIL del Nicaragua in appena 5 anni. Naturalmente, fascisti e reganiani locali sono furiosi: vogliono che il loro popolo resti alla fame. PIL attuale del Nicaragua: 12 miliardi di dollari. PIL previsto nel 2020: 25 miliardi di dollari.