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Cura e violenza al tempo del coronavirus

In una parola . Il virus ha reso immediatamente evidente un aspetto del nostro vivere sociale normalmente velato: chi si occupa dei bambini e dei giovani se chiudono le scuole? Come si riempie il tempo mutato nelle nostre relazioni più strette che da un momento all’altro si interpone nella logica della produzione concepita come un mondo a parte?

Per misurare lo scorrere dei secondi senza guardare un orologio si può contare mentalmente come se si leggessero i numeri cardinali premettendo sempre il numero mille. Proviamo insieme: milleuno, milledue, milletre, millequattro, millecinque, millesei, millesette, milleotto, millenove, milledieci, milleundici, milledodici, milletredici, millequattordici, millequindici, millesedici, millediccassette, millediciotto, millediciannove, milleventi…

Se non avete barato mangiandovi le parole o strascicandole troppo sono passati, più o meno, quei venti secondi necessari – secondo le recenti ossessive disposizioni – a lavarsi bene le mani per eliminare gli eventuali virus raccolti in giro.

Un altro modo di compiere un gesto che facciamo in modo automatico, sovrappensiero, e probabilmente assai più velocemente, ci trasporta in una diversa dimensione del tempo.

Credo sia importante pensare a come la visita così imprevista e maligna del virus modifica la nostra percezione del tempo e del rapporto con le cose. Quei venti secondi che ci impegnano in una operazione tanto banale e quotidiana possono essere visti come un tempo di cura. Uno spazio temporale imprevisto che può aiutarci a comprendere meglio il significato e le conseguenze di quello che facciamo, per la nostra vita, e per quella degli altri. Se mi lavo bene forse riduco il rischio di infettarmi, ma anche quello di trasmettere a altri il contagio.

Un effetto dell’epidemia è poi quello di assorbire tutta l’attenzione, nella nostra testa, e nel discorso dei media. Il resto viene opacizzato, se non rimosso. Un errore, direi. È toccato anche all’8 marzo, giornata di festa e di lotta delle donne. Eppure la dittatura del virus dovrebbe essere contenuta, quantomeno usata come una lente per guardare a tutto il resto che ci circonda, senza censure.

In una intervista pubblicata sulla Domenica del Sole 24 Ore Judith Butler risponde a Mario Telò sul tema della non-violenza in un mondo che credesse davvero nell’uguale valore di ogni persona (riconoscimento dei bisogni comuni a tutte e tutti). E il discorso inevitabilmente ritorna sulla cura.

La filosofa femminista si oppone al «disconoscimento e allo svilimento della femminilità» identificata con il «supporto offerto da una madre», ma «allo stesso tempo – dice – non credo che la responsabilità di prendersi cura dell’altro debba ricadere esclusivamente sulle donne».

Il virus ha reso immediatamente evidente un aspetto del nostro vivere sociale normalmente velato: chi si occupa dei bambini e dei giovani se chiudono le scuole? Come si riempie il tempo mutato nelle nostre relazioni più strette che da un momento all’altro si interpone nella logica della produzione concepita come un mondo a parte?

Disposizioni forse comprensibili ma evidentemente non ben meditate (non pensate e gestite con cura) hanno determinato rivolte in quasi tutte le carceri, il ricorso alla violenza, con morti, feriti, strutture distrutte, detenuti evasi e ora ricercati.

Un comunicato della organizzazione radicale e delle persone che più si occupano – loro invece con encomiabile cura – della situazione delle carceri (Nussuno tocchi Caino – Spes contra spem) si rivolge a tutta la comunità carceraria, «fatta di detenuti, dirigenti e operatori penitenziari», e al governo, perché «i comportamenti siano all’insegna della nonviolenza e del dialogo».

Il testo propone poi molte cose ragionevoli e possibili per superare la tensione. Ma alla base della possibilità di rimuovere la violenza, come dice Butler, deve esserci la convinzione che la dignità delle persone in carcere non è meno importante della nostra. Speriamo che il virus ce lo insegni.