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Editoriale

Cinque Stelle, il mandato imperativo nega la rappresentanza

Infuria la tempesta sui dissidenti M5S in Senato. Un comportamento gravissimo, ha tuonato Di Maio. Il condono per Ischia, difficile da camuffare come coda di un passato da addebitare ad altri, ha provocato malesseri profondi. Sono insistenti le voci su espulsioni o dimissioni volontarie con passaggio al gruppo misto. La disciplina di gruppo o di partito è stata sempre un punto di difficile equilibrio nelle assemblee rappresentative.

Ove mancasse del tutto, si aprirebbe una facile via a fenomeni di degenerazione notabilare. Per contro, il dissenso è spesso la chiave evolutiva di un partito o movimento. Ingessare il dissenso può impedire l’aderenza a una realtà mutevole. Paradossalmente, per un soggetto votato al cambiamento negare il dissenso può tradursi in conservazione. Non è un caso che M5S definisca l’eletto un «portavoce». Tale è il nuncius, che è portatore di una esatta volontà del mandante, senza alcun intervento proprio. I giuristi direbbero appunto: una rappresentanza di volontà, non una rappresentanza di interessi. Si potrebbe pensare che è solo un’immagine, mentre rimane da vedere cosa si traduce nella pratica concreta. Ma intanto la troviamo scritta nel contratto di governo, in cui leggiamo al punto 20 che «occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo».

La formula del contratto è ambigua, perché di trasformismo si parla di solito in relazione ai cambi di casacca da parte dell’eletto. Su questo punto, l’ultima modifica del regolamento senato ha già introdotto limiti, anche se degli effetti concreti si può dubitare. Ma quel che conta è che il concetto di vincolo di mandato va ben oltre, e arriva a comprendere l’obbligo dell’eletto di attenersi alle indicazioni o richieste che gli pervengano da soggetti terzi. È questo appunto il nuncius, voce obbediente della volontà di altri.

Bisogna essere chiari su un punto. Questa concezione collide frontalmente con l’art. 67 Cost., che pone il divieto di mandato imperativo. E non si tratta del contrasto con una qualsiasi normetta. In realtà il mandato imperativo nega l’essenza stessa della democrazia rappresentativa, e del concetto di rappresentanza politica che ne è fondamento. Che è appunto rappresentanza di interessi, e non di volontà. Un parlamento non è un’assemblea di condominio, dove i delegati portano il volere dei privati proprietari. È un interprete della sovranità popolare.

Si potrebbe dire che è solo un punto del contratto, e dunque si vedrà. Ma M5S ne ha già introdotto elementi nell’esperienza parlamentare. L’art. 21, co. 2, del regolamento del gruppo senato prevede che sia possibile «sulla base della gravità dell’atto o del fatto, il richiamo, la sospensione temporanea o l’espulsione dal Gruppo di un componente» nel caso di «d) mancato rispetto delle decisioni assunte dall’assemblea degli iscritti con le votazioni in rete; e) mancato rispetto delle decisioni assunte dagli altri organi del MoVimento 5 Stelle». Lo statuto del gruppo camera contiene una analoga norma.

È dunque chiaro che si afferma, in principio, l’obbligo del parlamentare di prendere ordini da un soggetto esterno all’ordinamento della camera di appartenenza. Altra cosa è irrogare una sanzione per aver disatteso la decisione maggioritaria del gruppo stesso. Qui il fine è la funzionalità del gruppo, e non l’obbedienza verso una volontà altrui. E che non sia un mero flatus vocis è provato dalla sanzione di €100000 per «Il senatore che abbandona il Gruppo Parlamentare a causa di espulsione, ovvero abbandono volontario, ovvero dimissioni determinate da dissenso politico». Per fortuna, la norma non deve preoccupare nessuno, neanche chi avesse firmato un’accettazione. Sarebbe infatti un contratto privatistico, nullo per il contrasto a norme imperative e di ordine pubblico, come certamente è l’art. 67 della Costituzione.

Non sono queste regole che potranno accrescere l’appeal di M5S. È bene che le riforme fin qui presentate da Fraccaro non ne facciano cenno. E sarebbe opportuno che per i dissidenti si preferisse la mediazione politica alle soluzioni traumatiche. Non vogliamo parlamentari posti nelle condizioni delle tre scimmiette, che non vedono, non sentono e non parlano. E però votano.