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Editoriale

Ci mancava il patriota di Rignano

Crisi al buio. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Siamo alla follia: una crisi di governo al buio e l’Italia scambiata per un tavolo da poker. Purtroppo di che cosa è capace Matteo Renzi lo sappiamo molto bene avendolo visto all’opera prima alla guida del Pd e poi di palazzo Chigi, quando l’attuale capo di Italia viva, uomo solo al comando, dispiegava il suo progetto politico, mettendo in pratica pessime ricette sia sul piano sociale (jobs act per ricordarne una tra le tante), che costituzionale (il referendum su tutte).

Una crisi di governo in uno scenario drammatico, anzi tragico, per mille ragioni che non vale neppure ripetere, è invece la musica sulla quale stiamo ballando ormai da un mese. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale.

E tuttavia, pur essendo stati abbondantemente vaccinati dal piccolo cabotaggio di un ex leader, pur sapendo che le sue minacce di sfiducia a Conte, insopportabile rivale nei sondaggi, rivelano un’ansia da prestazione tipica del leader sconfitto, sappiamo anche che questa lucida follia rischia di fare molto male al Paese. Come può fare molto male l’idea di un governo di salvezza nazionale con Renzi e Salvini sulle ali di Draghi, ipotesi sempre presente sullo sfondo e nei desiderata di forze e interessi che spingono per far cadere questa alleanza.

Ci sarebbe allora, pronto all’uso, un supercommissario, un salvatore della patria, un mentore dei patrioti del noto club nazionale patrocinato dalla destra, e ora anche dal piccolo leader che si definisce “un patriota che chiede una guida politica per il paese”. Che sia Conte il vero problema di Renzi, più che le politiche della maggioranza, è evidente urbi et orbi, come scrive il Financial Times: “Conte rappresenta un ostacolo alle rinnovate ambizioni di Renzi e del suo piccolo partito derivato dal Pd”.

Questo è il punto. Tutto il resto è giostra, manfrina, sceneggiata. A cui in queste settimane di teatrino ha voluto credere e fare da sponda proprio la principale vittima del rottamatore, il suo ex partito, da cui decise di scindersi un minuto dopo aver dato il via libera alla nuova maggioranza con Leu e i 5Stelle. La ministra Bellanova, nei talk-show di allora, alla domanda se ci si dovesse aspettare una scissione, rispondeva “non è questo il momento di parlarne”. Chissà, forse sembrava anche a lei di pessimo gusto.

La demenziale partita di Renzi, ora che le profferte di rimpastini e rimpastoni sembrano rispedite al mittente, è anche testimoniata dalla palese contraddizione di un possibile via libera al Recovery plan in consiglio dei ministri come in Parlamento, e insieme, senza soluzione di continuità, delle dimissioni delle due ministre dal governo. Né importa che Conte riceva le attestazioni della presidente vor der Leyen sul buon lavoro dell’Italia sul Next generation Eu, proprio perché non sono in ballo questioni di merito, ma una brutale questione di potere. Come del resto è stato evidente subito dopo il raggiunto accordo con l’Europa che destinava proprio all’Italia, il paese più indebitato, la fetta più grossa della torta per la storica sfida della ricostruzione.

Naturalmente sarebbe normale, auspicabile e necessaria la critica – e l’autocritica – sull’azione del governo (per esempio sul piano sociale e ambientale), ma altrettanto lo è evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, anche perché alla base del patto con cui nacque questa maggioranza c’era la difesa di un perimetro di centrosinistra non già un allargamento a destra.
Però è arcinoto che i patti, certi patti, reggono poco. Specialmente se sottoscritti da chi di solito, prima della coltellata alle spalle, ti dice “stai sereno”.

Sono ore cruciali per il governo, e soprattutto per il paese, che, in piena crisi pandemica, non capirebbe una crisi politica. Oltretutto la pazienza delle persone normali, di chi vive quotidianamente le difficoltà nel lavoro e nella salute, è agli sgoccioli e di tutto abbiamo bisogno fuorché di un apprendista stregone.