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Editoriale

Caro Farinetti, il sud non è un villaggio turistico

Ogni tanto c’è qualcuno che pontifica sul Sud senza conoscerlo. L’ultimo arrivato è l’imprenditore gastronomico Farinetti che vagheggia di trasformare il Sud in un grande villaggio turistico. A suo dire l’unico ostacolo sarebbe la mafia. Questo imprenditore ragione con la tipica logica dei colonizzatori. Un territorio è un luogo da cui estrarre risorse. Non conta niente chi lo abita, cosa pensa.

Il Sud italiano è un luogo antico, fatto di tanti luoghi assai diversi tra loro e di tante storie, bellissime e bruttissime. C’è la Magna Grecia e la modernità incivile, c’è stato Gava e c’è stato Di Vittorio.
Il turismo è una risorsa importante e poco sfruttata. È incredibile che la Toscana da solo attira più turisti di tutta l’Italia che va da Napoli a Palermo. I meridionali devono certamente ricavare di più dalla bellezza dei loro luoghi, ma da qui all’idea del signor Farinetti c’è davvero un abisso.
Qualche giorno fa stavo sull’acropoli di Cuma. Non è bello vedere l’accesso all’antro della Sibilla sbarrato da una transenna, accesso sbarrato da due anni. Non è bello vedere che la segnaletica è affidata a un cartone e a un pennarello, ma se quel posto fosse dato a una multinazionale del turismo perderebbe completamente il suo fascino. Se per entrare a Cuma devi fare la fila che si fa per la Cappella Sistina, quel posto perde tutta la sua magia. Se sull’acropoli ci stanno mille persone piuttosto che dieci, di fatto quel posto diventa invisibile. Lo stesso vale anche per luoghi considerati minori. Ad Aliano nei calanchi si può fare un bellissimo festival paesologico, però se ci porti cento pullman al giorno diventa un posto inguardabile. Non sto proponendo di rinunciare a un incremento del turismo, sto cercando di far capire che non si può applicare al turismo la logica che abbiamo applicato alla produzione industriale. Pensate a Taranto e a Bagnoli. Due tra i posti più belli del mondo trasformati in un inferno di ferraglie. Ora quello che vorrebbeFarinetti è la trasformazione del Sud in un immenso centro commerciale pieno di ristoranti. Un’idea inaccettabile sotto il profilo etico e fallimentare sotto il profilo imprenditoriale. Il Sud ha bisogno di rendere più funzionali i suoi grandi attrattori, basti pensare a Pompei. La sfida più bella è restaurare i paesaggi distrutti, preservare quelli ancora incontaminati. Quello che conta è non mettere attività inquinanti sul Pollino o sulla Murgia. Quello che conta è che il Parco del Cilento sia un parco nel vero senso della parola. Non si può far passare un elettrodotto sopra un’abbazia o mettere pale eoliche a Sepino. Non si può trivellare l’Adriatico o l’Irpinia per cercare petrolio.
Più che di un villaggio turistico abbiamo bisogno di assicurare condizioni dignitose a chi nel Sud ci vive. Abbiamo bisogno di scuole, di sanità e di trasporti, prima di tutto. Non solo le scuole non vanno chiuse, ma dovrebbero essere aperte tutto il giorno. Non solo non bisogna chiudere gli ospedali, ma bisogna potenziarli: la migrazione sanitaria è una delle vergogne più grandi dell’Italia. Non abbiamo bisogno del ponte sullo stretto, ma di sistemare la rete delle strade esistenti: a parte le autostrade, trovare un chilometro di asfalto senza buche è praticamente impossibile. Farinetti e altri imprenditori ingordi come lui pensano che la crisi e la fame di lavoro possa aprire la strada a operazioni di svendita dei nostri luoghi. Si sbagliano. Nel Sud non riusciranno a realizzare i loro paradisi di plastica.
L’adiacenza di fregi e sfregi, la compresenza dell’arcaico e della modernità ha bisogno di un governo attento dei territori e non di progetti avventurosi di imprenditori senza scrupolo. Un governo fatto di intimità e distanza, di sobrietà e immaginazione, di scrupolo e utopia.
Il Sud italiano non è un luogo da riempire di alberghi e piscine. Il Sud italiano può essere il luogo di un nuovo umanesimo, fuori dal binario necrofilo della produzione e del consumo.
Ben vengano i turisti, ben vengano nuovi residenti, ben venga una nuova distribuzione di cittadini sui territori: non possiamo avere tre milioni di persone intorno a Napoli e un milione su tutta la dorsale appenninica.
Capisco che sono questioni troppo complesse per Farinetti e per i suoi amici che in fondo vorrebbero fare quello che non è riuscito a fare Berlusconi. Questa volta lo devono capire per bene tutti quanti: il Sud non è più una prateria per le scorribande di ladri locali e internazionali.
Abbiamo bisogno di un’economia solidale. I nostri giovani non devono fare tutti i camerieri. Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di insegnanti. Se fosse per Farinettipotremmo passare tranquillamente da Platone a Platini.
Lavita è una faccenda colossale, non è una bancarella da piazzare dove più conviene. Noi che cerchiamo di abitare il Sud con gli occhi ben aperti, noi che abbiamo il coraggio di amarlo e anche di disprezzarlo quando serve,non accetteremo la rottamazione delle nostre terre e del nostro mare. Non daremo a nessuno il nostro paesaggio.
Bisogna alzare una diga altissima contro il liquame liberista che sta infangando tutto il pianeta. Farinetti si rassegni a gestire la sua piccola bottega, al Sud ci penserà chi lo sta vivendo con occhi nuovi.

  • Elena Musci

    Non sono del tutto d’accordo. Frasi come queste secondo me non fanno bene: “Non è bello vedere l’accesso all’antro della Sibilla sbar­rato da una tran­senna, accesso sbar­rato da due anni. Non è bello vedere che la segna­le­tica è affi­data a un car­tone e a un pen­na­rello, ma se quel posto fosse dato a una mul­ti­na­zio­nale del turi­smo per­de­rebbe com­ple­ta­mente il suo fascino.” Perché non è possibile pensare a una via di mezzo in cui le cose vadano bene e i turisti arrivino? Perché devo vivere in un paesa “sfigato” che ha un suo fascino perché “sfigato”? Io vorrei vivere in un paese che metta a frutto le sue qualità e le possa offrire ai turisti senza per questo snaturarsi. Non credo che l’idea di Farinetti sia poi tutto questo orrore. Proporre prodotti italiani (invece che gadget cinesi, come accade, per esempio) non mi sembra un orrore. Aprire ristoranti che offrano cibo locale in strutture fatte con prodotti italiani non vuol dire far fare solo i camerieri, ma creare un indotto. Anche perché se guardiamo cosa è il sud turistico adesso, quello si che è non va bene (abusivismo, musei chiusi, prezzi altissimi in alta stagione e poi il nulla)…