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Editoriale

Assange deve tornare libero, ma WikiLeaks fa parte del passato

Julian Assange. Manning e Snowden accendono Wikileaks e i whistleblowers fanno la fila per portare alla luce verità scomode. Ma sei anni dopo sono cambiati gli attori della Rete

Julian Assange nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra

Julian Assange nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra

Julian Assange deve tornare ad essere un uomo libero. Non perché è un anticapitalista, né un fiero avversario dell’imperialismo yankee, né tantomeno un navigato rivoluzionario di professione.

Deve poter continuare a fare quel che ha sempre fatto: veicolare informazione; e esplorare un mondo molto diverso da quello che ha dovuto lasciare precipitosamente sei anni fa quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana per sfuggire a una estradizione in Svezia, dove l’attendeva un processo per stupro.

L’ACCUSA CHE ASSANGE ha sempre denunciato come una trappola americana per incastrarlo e poterlo, dopo una prima tappa nel paese scandinavo, segregarlo dietro le sbarre.

Da libero, inoltre, il fondatore di WikiLeaks potrebbe dare un contributo a definire la mappa dei legami, mutevoli nel tempo e nello spazio in una oscillazione tra conflitto e complicità, tra attitudine hacker, media mainstream, servizi di intelligence e poteri economici e politici.

Jillian Assange, lo ha accennato Manlio Dinucci anche su questo giornale il 22 novembre, viene dalla controcultura hacker australiana. In nome della libera circolazione dell’informazione riteneva che il segreto di Stato e i data center delle imprese fossero ostacoli da rimuovere affinché uomini e donne potessero accedere all’informazione senza limiti che non quelli dettati dalla personale curiosità.

Per il superamento di questi limiti, aveva bussato alle porte di molti gruppi hacker; si era presentato anche ad alcuni forum sociali mondiali. Poi la scelta di mettere in piedi WikiLeaks.

In base a questa tesi WikiLeaks convince alcune teste d’uovo di imprese a passare materiali «sensibili» su episodi di corruzione in Africa. Li pubblica sul suo sito, consentendo a chi si collega di scaricarli.

ASSANGE HA CARISMA e determinazione. Scrive buon codice, cosa che gli merita il rispetto dei virtuosi della tastiera; sa parlare in pubblico, catturando l’ attenzione di chi guarda inorridito all’entrata di imprese dentro la Rete, sempre più ritenuta terreno di caccia e da colonizzare per fare business.

Mentre gli Stati nazionali, con i loro servizi di intelligence, puntano di nuovo controllare uno spazio sfuggito al loro controllo. WikiLeaks doveva quindi candidarsi, questo l’obiettivo di Assange, a diventare la organizzazione non governativa che accompagnava si la critica ma anche la cogestione di questa trasformazione in atto.

Per Assange la critica al segreto di stato e alla appropriazione privata delle informazioni non sfocia in una critica all’economia di mercato, né al capitalismo. Anzi, per lui, il libero mercato può impedire la formazione di monopoli e parassitarie rendite di posizione.

TUTTO POTEVA PROCEDERE senza grandi scossoni se non fosse entrato in campo un militare che riteneva il suo ruolo antitetico a quanto postulava la linea di condotta della divisa che indossava.

L’esercito Usa doveva garantire pace, democrazia e libertà, ma nei fatti faceva il contrario. Chelsea Manning aveva accesso a dati scottanti riguardanti operazioni dell’esercito a stelle e strisce in Iraq, a partire dall’uccisione di alcuni civili da parte di un elicottero Apache. Materiali che Manning passa a WikiLeaks che li rende pubblici. Assange diviene il responsabile, assieme al traditore Manning.

WikiLeaks è quindi una organizzazione da mettere al bando, Manning, tradito da un hacker amico, viene arrestato, Assange è inseguito da un mandato di cattura internazionale.

QUEL CHE L’INTELLIGENCE statunitense non poteva immaginare era la fila di potenziali whistleblowers che bussano alle porte di WikiLeaks. Assange invece capisce che l’occasione è quella propizia per il grande salto, liquidando con fastidio le critiche di chi lo accusa di accentrare nelle sue mani le decisioni.

Alle accuse di comportarsi come un autocrate, Assange risponde mettendo fuori i dissenzienti. I risultati positivi delle operazioni contro informative di WikiLeaks sono però indubbi. Edward Snowden si fa vivo con le sue informazioni sull’operato non pulito di spionaggio globale della National Security Agency americana. WikiLeaks deve decidere come gestirle. Assange non ha dubbi. Bisogna che nella partita entrino a far parte i «cugini» dei media, che da nemici della verità diventano preziosi collaboratori. Serve tuttavia una copertura politica globale da qualche governo nazionale, individuata nella Russia di Putin e in altre realtà politiche che stanno provando nel continente latinoamericano a sottrarsi all’influenza politica degli Usa.

JULIAN ASSANGE ACCELERA la trasformazione di WikiLeaks in una sorta di intermediario imprenditoriale dei media che si propone sia come organizzazione complementare che come critica al sistema. Una ambivalenza che porta gran parte della galassia militante hacker a prendere le distanze senza però mai giungere a una critica pubblica di WikiLeaks.

La macchina poliziesca messa in campo contro Assange brucia però il terreno di solidarietà attorno a lui. Assange chiede protezione a vecchi e nuovi sodali. Prova più volte a entrare nel gioco politico statunitense, sostenendo di essere in possesso di dati scottanti all’interno di uno schema in base al quale il partito democratico è il nemico da combattere, mentre i repubblicani sono nemici risibili e irrilevanti.

Il carisma di Julian Assange non sarebbe comprensibile senza fare infine riferimento alle sue tesi sul cypherpunk, cioè il diritto all’anonimato di chi è in Rete (cypherpunk è anche titolo del volume pubblicato da Feltrinelli, il manifesto del 13 agosto 2013).
In questa veste di paladino dell’anonimato ne sostiene la piena compatibilità con l’economia di mercato.

Neppure l’immagine di un critico dell’imperialismo statunitense è aderente alle sue convinzioni. Assange ha semmai compreso il declino degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e ha visto profilarsi all’orizzonte un sistema di potere multilivello, dove gli Usa devono patteggiare e definire le forme della governance globale con altri stati nazionali e imprese.

Ma è la Rete che è cambiata nel frattempo. È il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza che ha preso forma, facendo leva proprio sulla retorica della libera circolazione delle informazioni. Sono Facebook, Google, Amazon, Apple coloro che mettono insieme velleità libertarie e voglia di profitto all’interno di un modello di business fondato sulla gratuita dell’accesso a servizi, software e informazioni.

In questo scenario WikiLeaks è roba del passato, così come uomo di un’epoca archiviata dallo sviluppo capitalista è Julian Assange. Prova più volte a tornare in gioco. Ma deve vedersela con la voglia di rivincita di funzionari del Pentagono, del ministero della Giustizia, dell’intelligence statunitense.

PUTIN POI PREFERISCE un canale di comunicazione diretto, privilegiato con Donald Trump, cioè con il nuovo inquilino della Casa Bianca e Assange è solo una palla al piede.

Pure l’Ecuador non ne può più della sua presenza, come rifugiato, nell’ambasciata londinese e il nuovo presidente Lenin Moreno dà il via libera all’entrata della polizia inglese nella sede dell’ambasciata, elemento che consente l’arresto di Assange.

Quel che rimane sul terreno sono molti cocci. Più incandescenti sono quelli di chi ha a cuore la libertà della Rete. Cioè le difficoltà di una critica hacker adeguata al capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza. Rimetterli insieme non è facile.

Di sicuro il compito sarebbe facilitato se Julian Assange tornasse ad essere un uomo libero. Perché la rivoluzione, diceva un saggio, marcia con il passo del rivoluzionario più lento. Oppure quella che non lascia indietro neppure un transitorio e contingente compagno di viaggio come è Julian Assange.

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