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Editoriale

Abbonarsi, perché è anche questione di stile

Roberta Torre a Siracusa

Il manifesto fa parte della mia memoria in modo indelebile e costante. Dai 25 anni in poi, una lunga convivenza. Rotta a volte da lunghi periodi di separazione, è vero, ma mai per un tradimento. Il manifesto non si può tradire perché è insostituibile. Certo, puoi andare a leggere altrove, ma poi sai che lui ti mancherà.
Non posso dimenticare il piacere che mi ha sempre dato e mi dà ancora il manifesto: un giornale che comprende quello che sta succedendo nel mondo dell’arte, del cinema, della cultura, che lo anticipa nei casi migliori, che ti spinge verso mondi sconosciuti e conoscibili, con parole di ogni tipo e non aprioristicamente di sinistra. Non è quello che importa a me, quanto l’intelligenza, lo sguardo, la capacità di entrare in viaggi e scoperte che solo grazie a lui ho fatto. Una lettura del cinema italiano fuori dagli schemi delle appartenenze.
Certa cattiveria che manca al nostro cinema, dal manifesto è stata ben alimentata, indicata come possibile strada oltre un linguaggio sempre più appiattito e immaginari cadenti.. E se oggi abbiamo ancora la speranza, chi ce l’ha, che un giornale serva a far crescere la coscienza critica di chi lo legge, questo è il manifesto. Anche in senso opposto naturalmente, perché spesso non mi sono trovata d’accordo con le posizioni prese, ma è il valore e la qualità degli argomenti che mi ha ogni volta conquistato. E qui si sta parlando di stile.
È un giornale che ha stile, pur nei suoi mutamenti e nelle sue battaglie condivisibili o meno. È un giornale di sinistra che non parla solo a chi è di sinistra. E questa è l’iperbole che lo rende unico.
Quindi fate come volete, io credo che sia un abbonamento che costa poco e rende molto.