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Editoriale

Due marò: prova di forza a rischio

Italia / India. Fare la voce grossa contro l’irascibile India senza avere il sostegno di Usa e Onu (che Delhi rispetta e un po’ teme) potrebbe solo allontanare la fine della diatriba

I due fucilieri di marina italiani Latorre e Girone

Il nuovo corso della diplomazia italiana nel caso marò segna il livello di frustrazione e urgenza di chiudere la partita raggiunto da Roma.
La ricerca di alleati di peso a livello internazionale, con le pressioni sempre più stringenti operate in seno all’Unione europea e alla Nato, delineano un brusco cambio di strategia votata all’attacco, in contrasto col dialogo e la ricerca di collaborazione su cui l’inviato speciale del governo Staffan De Mistura aveva insistito sin dall’inizio del caso.

Tra Delhi e Roma, lungo un sentiero lastricato di tanti ostacoli burocratici e grattacapi legali, qualcosa si è irrimediabilmente rotto. Gli appelli di De Mistura per un processo «veloce ed equo» da celebrarsi in territorio indiano hanno lasciato il posto a uno scontro frontale duro, una prova di forza alla quale l’Italia ha deciso di sottoporsi davanti alla comunità internazionale.
La via della diplomazia soft nei modi ma decisa nei contenuti intrapresa all’epoca del governo Monti, alle prese con una superpotenza in divenire come l’India poteva dare buoni frutti, da cogliere a tempo debito garantendo nel contempo a Latorre e Girone un soggiorno forzato assolutamente dignitoso.

Due licenze di tornare in patria concesse a due presunti omicidi e aver evitato il carcere tradizionale ai fucilieri sono, a posteriori, risultati importanti conseguiti con la forza della diplomazia; elementi che lasciavano sperare in una risoluzione del caso in sordina, lontano dalla zona rossa delle elezioni nazionali e dalle inevitabili influenze politiche.
Lo spartiacque è datato 11 marzo 2013, quando con un comunicato dalla Farnesina Giulio Terzi di Sant’Agata si rifiutava di mantenere i patti stipulati con la Corte suprema indiana, annunciando che Latorre e Girone non avrebbero fatto ritorno in India. La stampa locale, all’epoca, evidenziò come un affronto simile al massimo organo giuridico indiano fosse un inedito nella storia della Repubblica: nemmeno l’acerrimo nemico Pakistan era mai arrivato a tanto.

Le dimissioni pirotecniche di Terzi e il ritorno a Delhi dei marò non ripararono all’onta subita, inaugurando una stagione dell’intransigenza in grado di vanificare quasi totalmente il lavoro di mesi, la ricerca di un alleato all’interno dell’esecutivo indiano – trovato nel ministro degli Esteri Salman Khurshid – che potesse facilitare il dialogo tra le parti. La reazione a quell’episodio fu dirompente e scomposta, col nostro ambasciatore blindato all’interno dei confini indiani, la classica risposta di Delhi quando si sente chiusa nell’angolo. Se ne sono accorti anche gli americani nel caso Khobragade, quando all’arresto di un diplomatico indiano a New York partì la rappresaglia sulle sedi diplomatiche americane in India.

Oggi come allora, fare la voce grossa contro l’irascibile India senza avere il sostegno di Usa e Onu (che Delhi rispetta e un po’ teme) potrebbe solo allontanare la fine della diatriba, scontrandosi con un colosso in disperata ricerca di rispetto internazionale.