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Editoriale

Chiamata alle armi del partito xenofobo

Il risultato del referendum svizzero sulla limitazione dell’immigrazione ricorda una deliziosa canzone di Georges Brassens, La ballade des gens nées quelque part (che si potrebbe tradurre «La ballata della gente doc»), in cui lo chansonnier prendeva in giro i «felici imbecilli» fanatici del loro territorio, quelli che dall’alto delle mura del villaggio sprezzano chiunque altro e magari sono pronti a prendere a sassate chi si presenta alla porta.

Il tasso di disoccupazione della Svizzera è oggi del 4,7%, di poco superiore a quello considerato fisiologico e, persino tra i giovani, metà di quello dell’Unione europea.

Di conseguenza, è difficile pensare che la consultazione abbia avuto ragioni soprattutto «razionali». D’altronde, che nel referendum promosso dall’Unione democratica di centro (partito populista di destra) la xenofobia abbia un ruolo centrale è mostrato dalla propaganda pro-quote, in cui gli italiani venivano raffigurati come topi (con tanto di tricolore) all’assalto del formaggio svizzero.

Quello che sconcerta è che interi settori della società svizzera (la maggioranza dei cantoni di lingua tedesca e il Canton Ticino, con il suo 70 % di favorevoli alla riduzione degli ingressi) hanno assunto una posizione di chiusura, se non di ostilità, che si pensava limitata all’estrema destra. E quindi il messaggio politico che oggi viene dalla Svizzera non rivela un’eccezione, ma è una sorta di chiamata alle armi, a cui Nigel Farange in Inghilterra e Marine Le Pen in Francia, per non parlare di ogni tipo di partito euroscettico o xenofobo, risponderanno con entusiasmo.

In tutto questo c’è naturalmente la paura della crisi (ipotetica, come in Svizzera, o attuale, come nel resto del continente), ma c’è soprattutto il riemergere di pulsioni nazionaliste, territoriali, regionali e locali che, sopite per molto tempo, dopo la seconda guerra mondiale, o considerate erroneamente marginali, oggi stanno riconquistando l’immaginario europeo. Che un movimento democratico e «dal basso» come quello di Grillo ospiti queste pulsioni (magari minoritarie, ma radicate) dà un’idea del pericolo rappresentato dal referendum svizzero, una sorta di miccia accesa in tutta Europa.

L’aspetto stravagante della questione (almeno per l’Italia) è che le prime vittime del referendum potrebbero essere i frontalieri italiani, in primo luogo i lombardi. E non stupisce che il prudente (e democristiano) Maroni sia apparso preoccupato, mentre l’esagitato Salvini pensa di sfruttare il referendum contro i migranti che arrivano in Italia. Qui non siamo solo di fronte a contraddizioni di un movimento alla ricerca di rilancio come la Lega. Siamo davanti a una catena di conflitti imprevedibili, e che potrebbero coinvolgere un gran numero di paesi.

In tedesco la parola Welsch (nel senso di «gallo» o «celtico») indica chi parla una lingua di ceppo latino, ma ha anche il significato spregiativo di «straniero». Così venivano chiamati gli abitanti del Tirolo di origine italiana. Insomma, significa più o meno «terrone». Ebbene, il referendum svizzero mostra come si è sempre terroni per qualcun altro. Tali sono considerati i frontalieri di Como o Varese da quelli che dovrebbero essere i loro cugini del Canton Ticino. E chissà, un giorno, magari gli svizzeri potrebbero essere considerati «terroni» dai loro cugini tedeschi…

Quelle belle prospettive, per quanto innescate da pregiudizi tipici di chi è legato ossessivamente a un territorio, non sono estranee alla gestione politicamente insensata della crisi economica europea. Moltiplicando le divisioni tra ricchi e poveri si creano barriere sempre nuove. I ricchi contro i poveri, i poveri contro i poverissimi e così via. Se si considera che il Novecento è stato il secolo in cui i conflitti nazionalistici si sono incrociati con la più grave crisi economica di tutti i tempi, il risultato del referendum svizzero fa venire i brividi.