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Editoriale

Chi ha paura del populismo

2016. In un mondo mai così diviso dalla profondità delle diseguaglianze, se il populismo promette l’impossibile ritorno al passato dei muri, la sinistra deve indicare una prospettiva di libertà e fratellanza che sia certo alternativa ma soprattutto credibile

Chi ha paura del populismo

Se dovessimo leggere il 2016 soltanto sotto l’aspetto politico e istituzionale, potremmo concludere che l’anno che si chiude non è stato tra i peggiori. Gli italiani hanno difeso in massa la Costituzione e l’uomo solo al comando, alla guida di un governo arrogante, ha lasciato palazzo Chigi dove ora siede Paolo Gentiloni, strano clone del renzismo.

Se invece alziamo lo sguardo oltreconfine, la violenza terroristica, la tragedia della guerra – l’immagine di Aleppo è emblematica di questo anno – come anche l’avanzata populista in Europa e soprattutto negli Stati uniti, il bilancio diventa sicuramente più complesso e preoccupante.

Come accade quasi sempre, c’è un doppio filo che lega alcuni di questi avvenimenti: la democrazia e il popolo. Negli Stati uniti come in Italia. Eppure oggi democrazia e popolo sono parole sfibrate, manipolate, traducibili facilmente e con presidenzialismo e populismo. La democrazia d’investitura e il capo sono, perfettamente coerenti, al centro della scena, mentre il parlamento è il simulacro di un sistema sociale e economico che appartiene alle società borghesi di un passato ancorato a una moneta e un territorio.

Il futuro per i populisti è un ritorno al passato. È Trump, ovvero il fantasma resuscitato della working class del carbone e del petrolio. È la Brexit che rafforza il confine e la moneta, peraltro sempre conservati. E’ Putin, protagonista del ridisegno di un assetto di potere nei paesi sotto la sua sfera d’influenza.

Eppure il populismo esiste un po’ in tutti i partiti. Perché oggi non sembra prevalere la politica per come l’abbiamo conosciuta, ma la pancia, l’istinto, l’aggressività, la paura. Che contagia tutte le formazioni politiche e trova terreno fertile e protagonisti nei social media, che da luogo di incontro, di conoscenza, di scambio, di democrazia diffusa, si stanno trasformando in un’arma, uno strumento, un mezzo mediatico per distruggere l’avversario o la vita delle singole persone.

La sinistra vive l’epoca ammaccata o sconfitta, in Europa e nel mondo.

Dove governa nei paesi del Vecchio Continente, vedi la Grecia, è alleata con la destra nazionalista, o, come in Francia, è protagonista dell’autodafé. Non riesce a interpretare né a rappresentare la società impaurita che vuole chiudersi e difendersi, che chiede risposte semplici a problemi complessi. Navigare in questo mare nero della paura è il banco di prova della sinistra al tempo dei populismi, delle guerre, del terrorismo. Una battaglia difensiva e difficile specialmente perché le accresciute e inedite diseguaglianze strappano le sue bandiere e gonfiano le vele delle democrazie dinastiche, delle democrature.

La sinistra, nella crisi di sistema, tuttavia, ha buone carte. Quelle giocate da Sanders, Corbyn, Iglesias. Certo, il suo elettorato è confuso, deluso, ma soprattutto arrabbiato, attraversato dall’ansia del domani. Come tutti. Perché tutti noi vediamo il fondo nero di un domani che spaventa. Per il futuro dei figli, per quelli che non lavorano e per quelli che l’economia globale mette a valore in qualche punto della sua catena. E oltre che pessima consigliera, la paura è anche una forza psicologica prorompente che addomestica e deforma la democrazia, travolge i vecchi corpi intermedi (parlamento compreso) per correre verso il leader che promette sicurezza e assistenza.

Naturalmente c’è anche chi pensa che parlare di post-democrazia sia sbagliato perché libertà di voto e di espressione sono ancora ben saldi, pur se continuamente attaccati, e perché la democrazia è per definizione sempre in crisi. E forte è ancora la domanda di partecipazione, nelle forme richieste dalla comunicazione della Rete e della televisione, più complicate da decifrare rispetto alla vecchia piazza dei movimenti e dei partiti.

Così come è problematico definire classi, soggetti, alleanze. I lavoratori dei call-center, quelli dei voucher, dell’uberizzazione, giovani e meno giovani figure di un precariato, che convivono accanto a estese zone di un neoschiavismo migratorio. Ma la richiesta di partecipazione continua a farsi sentire e a votare, come ha dimostrato quel 70% di affluenza al referendum del 4 dicembre.

In un mondo mai così diviso dalla profondità delle diseguaglianze, se il populismo promette l’impossibile ritorno al passato dei muri, la sinistra deve indicare una prospettiva di libertà e fratellanza che sia certo alternativa ma soprattutto credibile. Negli strumenti teorici dell’analisi e nelle figure politiche di riferimento.

Di sicuro nel 2017 non sorgerà il sol dell’avvenire e la sinistra dovrà fare i conti con due destre, una neoliberale, una nazionalista. Il primo passo è ricostruire, ricollegare, riorganizzare.

Poi viene il che fare, se e con chi proporre alleanze nella fase attuale.

Banalizzando per l’Italia: il Pd o i5Stelle? Qual è la padella e quale la brace, è ardua sentenza, ma hic rhodus, hic salta.

  • Giacomo Casarino

    Tu parli di Iglesias connotandolo come sinistra: in realtà Podemos è un movimento composito che, come tale, rifiuta di etichettarsi come sinistra, anche se talora fa alleanze locali con Izquierda Unida (I.U.). (Lo stesso discorso si potrebbe fare per Sanders). Podemos appartiene piuttosto all’area populista come fa intendere il suo riferimento teorico a Ernesto Laclau. Ergo, come fai ad esaltare Iglesias e poi a condannare, esorcizzare tout court il populismoin tutte le sue varianti come passatista e retrogrado?

  • Paolo Colonnella

    Indubbiamente il referendum costituzionale è stato un momento

    molto positivo una risposta netta e limpida contro l’arrogante

    disegno di alcuni avventurieri. Poi?

    Asssistiamo alla reiterata protervia di chi
    calpesta il popolo sovrano riproponendo un governo pressochè
    identico ed il Gentiloni che promette “continuità” e definisce
    “risorse” chi ha dimostrato di essere fallimentare. Tutto ciò è
    un insulto ad una nazione intera, un insulto che vuole essere
    insultante per stabilire e ribadire che: noi possiamo fare ciò che
    vogliamo a prescindere da come voi cittadini vi esprimete. Secondo me
    il senso sta tutto qui. Già si paventa il respingimento della
    richiesta di referendum sul jobs act; sarebbe un’altra mazzata alla
    democrazia. Sarebbe l’ennesima beffa! Di questo passo anche i
    mansueti ed i fessi smetteranno di sopportare. Non è pensabile che
    alla lunga non ci sia una adeguata reazione.

  • Federico_79

    Sono d’ accordo con questo commento; il nostro diretto referente politico in Spagna dev’ essere IU, da sempre schierata apertamente a sinistra. Podemos ne é una versione moderna e smart (che a me fa tanta tristezza), ma annacquata dal punto di vista ideologico

  • triscele

    la padella pd è per me, allo stato attuale, assolutamente improponibile.
    quale che sia la scelta, cmq, urge creare un seme di forza di sinistra che sia fresca, contemporanea, aperta e plurale, basata sullo spirito di tolleranza anche al suo interno, e che non sia divorata immediatamente da ansie di prestazione: il consenso, se arriverà, si costruisce nel tempo con la credibilità di ciò che si dice e soprattutto si pratica, con la costanza e la determinazione di chi crede nei propri principi a prescindere dal successo.
    una forza del genere, a mio avviso, non potrebbe mai allearsi o appoggiare altre forze di destra o prone verso il sistema ultraliberista attuale come il pd di renzi

  • il compagno Sergio

    È un soggetto complesso e non entro nel merito perché ho una conoscenza superficiale di Podemos.
    Ma il riferimento a Laclau, che comunque rinvia ad un antagonismo plurale per una democrazia radicale ed ha alla radice un’influenza gramsciana, non mi pare da buttare via, con quello che passa il convento.
    Basta guardare in Italia, dove i rappresentanti delle maggiori forze politiche non sanno nemmeno chi è Gramsci e cosa sia un progetto di società.