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Italia

Virus, addio picco: per l’Italia è il giorno più nero

Pandemia. 627 vittime in 24 ore e 5.986 nuovi contagi: un altro brutto record dell’anomalia italiana sulla letalità del Covid-19

Altro giorno, altro triste record: oltre seicento vittime e quasi seimila nuovi casi in 24 ore sintetizzano il bollettino quotidiano della protezione civile riferito ieri dal capo dipartimento Angelo Borrelli. Il coronavirus nell’ultima settimana aveva rallentato e aperto qualche speranza, ma da qualche tempo si è rimesso a correre. Nei giorni scorsi il «picco» dell’epidemia sembrava imminente. Ieri Borrelli, a Radio 2, ha dapprima rimandato un po’: «forse non arriverà la prossima settimana ma quella dopo». Infine, in serata, l’ammissione: «non sapremo mai quando ci sarà il picco dell’epidemia di coronavirus. Si stanno studiando le tendenze ma non c’è un dato scientifico». In realtà, un po’ tutti gli esperti hanno sempre consigliato cautela prima di parlare di picco, perché la situazione ha troppe incertezze.

La pandemia è causata da un virus sconosciuto fino a tre mesi fa, ed è la prima volta che nella società globalizzata si attuano strategie su tutta la popolazione per contenere il contagio. Nelle ultime due settimane la crescita delle cifre ha sicuramente rallentato, ma allo stesso tempo è diventato sempre più evidente che i numeri vanno interpretati alla luce del contesto. Ad esempio, la letalità (cioè il rapporto tra morti e casi positivi) in Lombardia è superiore all’11%, tre volte più alta che in Cina. Nel vicino Veneto è circa il 3%. Molto probabilmente il dato lombardo è distorto dalla difficoltà di effettuare tutti i tamponi che sarebbero necessari.

Da ormai dieci giorni il numero di tamponi effettuati in Lombardia oscilla intorno alle quattromila unità, come se i laboratori di analisi avessero toccato la massima capacità. Il risultato è che molte persone infette non vengono sottoposte a test e rimangono fuori dalle statistiche. Se i dati veneti e cinesi possono essere presi a riferimento, significa che in Lombardia “mancano” almeno ventimila casi nelle tabelle. Questo spiegherebbe anche il rapporto anomalo tra il numero di casi in isolamento domiciliare e ricoverati. Stime come questa vanno trattate con molta cautela, ma danno l’ordine di grandezza dell’incertezza che caratterizza i numeri ufficiali.

Ai dubbi sui dati effettivi si aggiunge quello sulle cause di morte degli oltre quattromila vittime italiane: «di» o «con» coronavirus? Molti esperti sostengono l’inconsistenza di questa distinzione.

Ma il presidente della società di geriatria Roberto Bernabei ha spiegato che la causa definitiva viene accertata dall’Iss in un secondo momento sulla base delle cartelle cliniche. L’attribuzione sarebbe complicata dalla frequente concomitanza di varie malattie. Secondo uno studio dell’Iss pubblicato ieri, in media i pazienti deceduti finora avevano 2 patologie, e solo 6 non ne avevano alcuna.

Ieri è stato il giorno più nero – non sarà l’ultimo – anche per il resto d’Europa. Venerdì la Germania ha censito oltre quattromila nuovi casi, più di duemila la Spagna, ben 1100 la piccola Svizzera, che in rapporto alla popolazione è il paese al mondo con il secondo maggior numero di contagiati dopo l’Italia.

Le cifre della letalità (tutte inferiori all’8% italiano) variano molto: dal 5% della Spagna all’1% della Svizzera e allo 0,2% della Germania. «Dipende da come contano i morti», azzarda Bernabei. «Se in Germania contano solo il paziente giovane con polmonite interstiziale da coronavirus, alla fine avranno pochissimi morti. Quando alla fine dell’epidemia avremo delle analisi ex-post potremo capirlo, adesso è presto».

Non si tratta di esercizi di aritmetica. Il timore che aleggia dietro questo dibattito è che in Italia la letalità del coronavirus sia superiore agli altri paesi per la difficoltà di curare i pazienti nelle terapie intensive ingolfate. O anche fuori visto che un gran numero di pazienti in Lombardia muore senza passare dal reparto di rianimazione. Borrelli respinge l’ipotesi. «All’inizio avevamo 5400 posti letto in terapia intensiva e ora sono diventati ottomila», ha detto. «C’è un’attività sostenuta, gli ospedali quando devono “alleggerirsi” ricorrono alla Centrale Remota Operazioni di Soccorso Sanitario. Per ora non ci sono problemi di questo tipo».


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