I sette vizi capitali della dottrina cattolica, pur continuando a nutrire l’immaginario della modernità, sembrano perdere progressivamente mordente: l’avaro è ancora centrale in Balzac, ma tende a uscire di scena con la fin de siècle; la condanna che gravava sul lussurioso si allenta progressivamente, fino alla cosiddetta rivoluzione sessuale; l’ira è ormai di norma relegata in commedia, la superbia addirittura in parodia; l’invidia ha trovato invece sacrosanta legittimazione nella lotta di classe. Forse solo l’accidia, ma declinata come noia, spleen, inettitudine, male di vivere (o magari dipendenza), appare ancora di bruciante attualità; e per certi versi la gola, che sembra seguire un percorso stilistico – se così si può dire – opposto a quello di ira e superbia, transitando dal comico rabelaisiano al tragico: nella bulimia autodistruttiva di un don Gonzalo Pirobutirro o, all’opposto, nell’anoressia, mal du siècle del nuovo millennio.

Altri sono i vizi che popolano l’immaginario contemporaneo: alcuni, paradossalmente, prodotti dalla deformazione di una virtù; molti già presenti in quell’inesauribile enciclopedia del mondo moderno che è l’opera maggiore di Balzac. Così la bontà possessiva, la generosità ricattatoria e opprimente, l’amore asfissiante e addirittura omicida, che è il tema implicito di Honorine (1843), uno dei racconti lunghi (o romanzi brevi) più belli della Comédie humaine. Tre i protagonisti: l’affascinante e nobile adultera eponima, il conte Octave, marito inconsolabile, e il narratore di secondo grado, il console Maurice, all’epoca dei fatti segretario del conte: pur essendosi a sua volta innamorato di Honorine, avrà un ruolo decisivo nella riconciliazione della coppia.

Perché il tradimento?
Octave è un uomo precocemente invecchiato, roso dalla sofferenza: dopo aver tentato inutilmente, con ogni mezzo, di riconciliarsi con la moglie, sedotta e abbandonata da un poco di buono, ha predisposto per Honorine, che si è improvvisata operaia (fa fiori di carta), una rete di protezione e di occulto finanziamento che dà alla donna l’illusione di mantenersi in una dignitosa povertà, mentre è circondata da personale di servizio e commercianti al soldo del marito.
Tutto il racconto è percorso da un insistente interrogativo: perché Honorine ha tradito l’ottimo Octave? Perché rifiuta il suo perdono? Di certo, «gli avvenimenti che avevano spinto la contessa a lasciare un uomo così nobile, così amabile, così perfetto, così innamorato, così degno di essere amato, dovevano essere quantomeno singolari». Agli occhi di Maurice, il conte è l’incarnazione della nobiltà e della passione: è addirittura «perfetto»; quando conoscerà Honorine, la troverà altrettanto ammirevole: l’incompatibilità fra questi due esseri d’eccezione è l’enigma proposto dal racconto.

Le spiegazioni che il marito dà a se stesso appaiono singolarmente deboli, quasi irrisorie: di sette anni più anziano della moglie, è stato per lei «un pedagogo, un professore», e il suo «tono magistrale» può aver ferito l’amor proprio della ragazza. Poco altro. Octave è un innamorato byroniano: per lui il possesso della moglie, perfino nel ricordo, perfino dopo l’infedeltà della donna, è sentimento travolgente, simile a «quella passione vile e assoluta che s’impossessa di certi uomini anziani». Questa passione induce il conte, per sette anni, a svolgere il «ruolo di angelo custode», dispiegando un’«energia angelica»; ogni sera va a spiare l’ombra della moglie sulle tende della finestra della casa in cui lei abita (e che appartiene a lui).

Insomma, Octave è «perfetto», la sua è una passione nobile e romantica, dopo la separazione protegge la moglie per amore e abnegazione: questa interpretazione dei fatti non è mai messa in discussione dal narratore; e la lettera del testo non dà nessuna risposta convincente al tormentoso rovello del conte: «Quest’orrore che Honorine ha per me mi spaventa e mi confonde, perché non le ho mai fatto il benché minimo torto; sono sempre stato buono nei suoi confronti».

Lei stessa gli riconosce del resto un’altruistica generosità, e anche per questo, dopo lunga e tormentosa esitazione, si rassegna a rientrare sotto il tetto coniugale. Da quel che dice Honorine, sembra che solo un puntiglio d’onore le abbia impedito per anni di accettare la «sublime generosità» del marito: si vergogna dei piaceri goduti con «un rivale indegno di lui». In realtà, le metafore di cui il testo è tramato raccontano un’altra storia, e consentono di suggerire due interpretazioni radicalmente diverse.

L’ideologia esplicita
Innanzitutto, la fisionomia sessuale di Octave ha aspetti in evidente contraddizione con la morigeratezza che esibisce: la sua passione per Honorine si sfoga in gesti feticisti; il suo desiderio si trasforma in «monomania», al punto da fargli ipotizzare uno stupro nel sonno (come Lovelace). Solo nel finale, l’impeccabile nobiluomo intuisce la natura violenta, distruttiva, del proprio desiderio sessuale, capisce oscuramente di essere stato l’«assassino» di Honorine, che del resto gli aveva detto: «Amo la tua anima»; lasciando intendere che, al contrario, detestava il suo corpo. La protagonista non morirà per uno scrupolo d’onore, come suggerisce in modo fin troppo trasparente l’indizio onomastico, che peraltro stabilisce anche un enigmatico legame fra l’adultera e il suo autore, Honoré de Balzac; ricongiungersi al marito non è per lei intollerabile (soltanto) perché sente il peso eccessivo della colpa, perché la superiorità morale di Octave, la generosità stessa del suo perdono, risultano umilianti per la sensibilità aristocratica e per l’onore femminile. Questa lettura nobilmente tragica, smaccatamente improntata all’etica d’ancien régime, rappresenta l’ideologia esplicita del racconto. Nelle pieghe del testo, Balzac rivela al contrario, soprattutto a un lettore post-freudiano, un vero indicibile per il discorso sociale di primo Ottocento, convertendo l’«energia angelica» di Octave in libido distruttiva.

Una subdola bontà
Ma c’è un ulteriore livello di senso, probabilmente più importante, e per la doxa ottocentesca ancor più impensabile di un’incompatibilità fisica indipendente dai valori morali. Il pensiero dominante di Octave è tenere sotto controllo Honorine: «sorvegliarla nella gabbia in cui si trova, senza che lei sappia di essere in mia balia»; la sua strategia di riconquista dispiega «l’astuzia e la pazienza con cui gli uccellatori finiscono per catturare anche gli uccelli più diffidenti». Non c’è affermazione più falsa, in tutto il racconto, di quella epistolare di Octave (a Honorine): «vedervi felice basta a rendermi contento»; se così fosse, si rassegnerebbe a scomparire dall’orizzonte della donna. In realtà, il conte è al tempo stesso figura en abyme del romanziere, perché crea un mondo fittizio in cui ingabbia Honorine, per farne una sua creatura; e onnipotente demiurgo dello scioglimento tragico, perché preferisce uccidere la moglie piuttosto che privarsene.

Prima ancora che disgusto fisico per il marito, Honorine manifesta un conculcato desiderio di indipendenza: «Lucrezia ha scritto con il suo pugnale e il suo sangue la prima parola della carta costituzionale delle donne: Libertà». È una rivendicazione proto-femminista: moderna e significativa non tanto in sé, quanto perché contesta non una violenza prevaricatrice, ma la più subdola bontà possessiva del maschio. Il vero scandalo del racconto di Balzac, per il lettore dell’epoca – e anche per noi: soprattutto in anni segnati dal ritorno in forze, negli studi letterari e non solo, di un ottuso manicheismo etico –, è questo: che la «generosità sublime» possa essere violenza possessiva, che bontà e perfezione si possano rovesciare nel loro contrario, che l’altruismo possa uccidere.

La negatività del bene
Ancor più dell’autonoma ripulsa dei corpi, socialmente repressa ma scientificamente plausibile per l’episteme ottocentesca, è indicibile, per il secolo romantico e manicheo del melodramma, la negatività del bene, il rovescio sadicamente possessivo di un’appassionata abnegazione, di una nobile bontà. Di questo vizio paradossale, e a ben vedere pervasivo nella cultura post-romantica, non sono moltissime le attestazioni letterarie. Ne cito due, fra loro diversissime: La Joie de vivre di Zola (1884) e il controverso I buoni di Luca Rastello (2013).