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Un piano per il Sud che unisce sapere e partecipazione

Dal punto di vista dei principi che lo hanno ispirato, il Piano Sud 2030 “Sviluppo e coesione per l’Italia” ribadisce che il Sud deve tornare a essere una questione nazionale e che, per affrontare il tema nel modo corretto, è necessario allungare la vista fino al 2030. Se il Sud non riparte, la locomotiva milanese non può da sola trainare tutto il Paese.

Anzi, la faglia civile ed economica che si è acuita negli ultimi anni mette a rischio l’idea stessa di unità nazionale. E anche l’incapacità della classe politica di pensare per obiettivi almeno decennali, e di derivarne priorità e strategie coerenti, è uno dei drammi più urgenti del Paese. Un segnale in direzione contraria è quindi più che benvenuto.

Il Piano mira a sostenere la domanda interna del Mezzogiorno, sia come strategia di crescita che come rafforzamento della coesione nazionale. Se la domanda interna non riparte, tutto il Paese è al palo. Una parte ingente delle risorse, si legge, verrà dal nuovo ciclo di spesa 2021-2027: oltre 123 miliardi di euro fino al 2030. Il Piano è articolato in cinque grandi «missioni» – approccio che dal lavoro di Mariana Mazzucato è transitato nelle linee guida dell’Unione europea – connesse agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030.

Gli obiettivi e le missioni individuate sono ambiziose, all’altezza delle priorità che i tempi richiedono. E non si tratta delle solita ripetuta litania, che imita vuote parole d’ordine sulla bocca di tutti. Il Piano ha, da questo punto di vista, una indubbia organicità e coerenza. È, come da un pezzo non si vedeva, l’esito di uno sforzo intellettuale e di conoscenza, oltre che di responsabilità politica e partecipazione diffusa che ha coinvolto partiti e movimenti, amministratori locali, parti economiche e sociali, mondo della cultura, Università e centri di ricerca, terzo settore, volontariato, cittadinanza attiva.

La prima prova sarà l’accordo di partenariato: entro giugno 2020, infatti, l’Italia dovrà condividere con la Commissione Europea lo schema di Accordo di Partenariato per la Programmazione 2021-2027. È in questa fase che, come abbiamo imparato dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne, è necessario andare oltre i soliti noti, oltre gli attori forti della concertazione e dei territori, per scovare gli innovatori nascosti. Per dare voce a chi voce non ne ha, vuoi perché lontano dalle arene decisionali, vuoi perché scoraggiato o troppo impegnato a gestire l’emergenza quotidiana, o perché appagato dal suo “fare politica” nelle esperienze di innovazione sociale che costellano la geografia civica del Paese.

Tanto nelle articolazioni territoriali dello Stato, che nella società civile ed economica, l’Italia tutta è ricca di intelligenze e modelli operativi, che funzionano e generano ricchezza inclusiva. L’azione dello Stato deve abilitarne il potere, redistribuire la capacità di “voce” collettiva spiazzando i soliti noti. Obbligando le grandi organizzazioni degli interessi, le centrali cooperative, la parte più istituzionalizzata dell’associazionismo a confrontarsi alla pari che le micro-esperienze, anche quelle più radicali, o forse soprattutto quelle. La strategia per l’accordo di partenariato, la «leva esterna», può davvero fare la differenza: il Piano per il Sud può essere una grande occasione, forse l’ultima prima che il divario tra territori forti e deboli diventi insostenibile. Anche per questo, non va sprecata.


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