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Editoriale

Ultimo appello al parlamento

In attesa di riforme di sistema non c’è altra via che l’indulto per ridurre subito il numero dei detenuti, scarcerando «chi non merita di stare in carcere» ed essere trattato in modo «inumano e degradante». Lapidarie e inequivocabili le parole di Giorgio Santacroce, primo Presidente della Corte suprema di cassazione. Arrivano dopo quelle del Presidente della Repubblica, quelle del Ministro della giustizia e di autorevoli giuristi come l’ex-giudice della Corte europea dei diritti umani Vladimiro Zagrebelsky.

Non c’è più niente da dire. Le massime istituzioni della Repubblica e le principali competenze giuridiche e giudiziarie si sono espresse in maniera univoca. Al Parlamento, ora, tocca assumersi le proprie responsabilità.

Sappiamo che in Italia, ogni giorno che passa, decine di migliaia di persone subiscono un trattamento penitenziario inumano e degradante, così come definito dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani. Ogni giorno, decine di migliaia di persone: una ordinaria catastrofe umanitaria e una ininterrotta tragedia disseminate sul territorio nazionale, in ogni angolo del Paese in cui storia e urbanistica hanno depositato un istituto penitenziario. La Corte europea ci ha dato tempo fino al 27 maggio per rimediare a questa situazione. Poi, da quel giorno, riaprirà i fascicoli provvisoriamente accantonati delle centinaia di detenuti che le si sono rivolti nei mesi e negli anni scorsi, e comincerà a condannare a ripetizione l’Italia. Sarebbe il modo peggiore di iniziare il semestre europeo di presidenza dell’Unione, ammettendo pubblicamente di non aver titoli sufficienti per meritarlo. Eh sì, perchè solo il privilegio di essere già dentro l’Unione consente a uno Stato che non garantisca i diritti umani la possibilità di esserne parte.

Di fronte a questa disastro dei diritti e delle garanzie, il Governo ha cominciato a fare la sua parte: tentando e ritentando, osando e difendendo, limando correggendo spuntando e, compatibilmente con la sua eterogenea composizione, ha ridotto di quanto possibile la popolazione detenuta. Il decreto all’esame della Camera sta iniziando a produrre i suoi primi effetti, ma sono lo stesso Ministro della Giustizia, e il Presidente della Repubblica, e il Presidente della Corte di cassazione a riconoscere come il decreto-legge governativo, e le proposte di legge all’esame delle Camere (su custodia cautelare, alternative al carcere, droghe) non bastano, e non producono quegli indispensabili risultati immediati. Quando il Giorgio Napolitano ha trasmesso alle Camere il suo primo e unico messaggio, per denunciare questo stato di cose e indicare le possibili soluzioni, troppi si sono baloccati su un lacerante interrogativo: devono venire prima le riforme strutturali o i rimedi straordinari? Si deve realizzare prima una seria politica di depenalizzazione o «svuotare» le carceri con l’amnistia e l’indulto? Insomma, se viene prima l’uovo o la gallina. Ora, ci ricorda Santacroce, il tempo sta per scadere e rinviare non è più possibile. Anche una non scelta, come quella che finora è stata privilegiata nella sostanza, alla fine risulterà una scelta: l’indifferenza come decisione politica. E di questo il Parlamento porterà per intero la responsabilità.