Il Parlamento non ci sta. E neanche Museveni. Così, circa dieci giorni dopo la sentenza della Corte Costituzionale dell’Uganda (proprio a ridosso del mega summit afro-americano alla corte di re Obama) di annullamento della legge anti-gay, sia il partito al governo – il National Resistance Movement (Nrm) – sia l’opposizione promettono battaglia e si preparano a fare ricorso annunciando la reintroduzione della normativa in una versione «che non offenda i nostri amici occidentali, ma protegga anche gli ugandesi», ha reso noto il parlamentare Medard Bitekyerezo.

Così i canti e le danze tra lo sventolio delle bandiere arcobaleno degli attivisti ugandesi al gay pride, autorizzato, di sabato scorso a Entebbe, sulle rive del Lago Vittoria, – 35 km dalla capitale Kampala – sono già svaniti insieme all’illusione della fine della loro clandestinità.

«Smascherati: i top 200 omosessuali d’Uganda». Titolava così il tabloid ugandese Red Pepper il giorno dopo, a febbraio scorso, che il Presidende Yoweri Museveni aveva promulgato una draconiana legge anti-gay che negava fondamentalmente il diritto all’esistenza per le coppie dello stesso sesso.

La pubblicazione di una lista di nomi dei personaggi più conosciuti (che li ha esposti a ricatti, molestie e violenza), suonava come un wanted: la caccia al diverso aveva ora ottenuto, con il plauso della maggioranza o quasi totalità della comunità civile, un’inequivocabile licenza direttamente dal capo dello stato. Il quale, Museveni, ignorando gli appelli a un retromarcia e le minacce di tagli agli aiuti finanziari dell’alleato Obama, rendeva evidente con uno schiaffo diplomatico, quanto gli Usa quanto l’occidente tutto non esercitino più in Africa il peso politico di una volta.

Di lì a poco una petizione di ugandesi contrari alla nuova normativa (sostenuti da alcuni gruppi per i diritti umani) veniva presentata alla Corte Costituzionale dell’Uganda con la richiesta di annullamento della legge e di un’ingiunzione permanente contro le case editrici dal pubblicare foto, nomi e indirizzi di presunti omosessuali.

Sei mesi dopo, il primo agosto scorso, la Corte dell’Uganda si è pronunciata annullando quella legge per irregolarità relative alla sua approvazione in Parlamento. Il quale avrebbe agito illegalmente non accogliendo le obiezioni che indicavano come in quella seduta non ci fosse il quorum necessario per procedere alla votazione:

«La legge in sé così emanata per questa sola ragione è incostituzionale», spiega il giudice Steven Kavuma.
«Accolgo con favore la sentenza, anche se mi sarebbe piaciuto che il giudice fosse entrato nel merito della nostra petizione», ha dichiarato Frank Mugisha, direttore esecutivo di Sexual Minorities Uganda: «Si sarebbe reso conto che la legge viola la Costituzione dell’Uganda e sono sicuro che sarebbe andato avanti a dichiarare l’omosessualità legale in Uganda».

A sminuire in qualche modo la decisione della Cassazione ugandese dando un’interpretazione politica della sentenza è stato invece uno dei pastori evangelici che più ha sostenuto l’emanazione della legge contro l’omosessualità e cioè il pastore Martin Ssempa: «Ci chiediamo se la sentenza è in alcun modo collegata al viaggio del Presidente in America».

La legge, che prevede gravi pene detentive tra cui anche il carcere a vita, gode di un ampio sostegno in un Paese conservatore come l’Uganda.

Mentre una delle principali preoccupazioni di attivisti e scienziati è come la criminalizzazione dei gruppi ad alto rischio di contagio Hiv – come uomini gay, prostitute e transgender – stia minacciando i progressi nello sforzo globale per combattere l’Aids.