Ventiquattro giorni di sciopero della fame. Con un cornetto e un tè caldo ieri mattina sul letto dell’ospedale di Terni, l’operaio Andrea Maurelli ha messo fine alla sua protesta: 8 chili persi per sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sulla situazione delle Acciaierie speciali di Terni con i 550 licenziamenti previsti.
«Dopo il ricovero, a convincermi a interrompere la protesta sono state la grande solidarietà dei compagni, prima fra tutti quella di Ludovico Montali, un 92enne che fu licenziato dalle acciaierie per motivi politici e che mi è venuto a trovare con la stampella e tra le lacrime mi ha chiesto di smettere, delle istituzioni e dei parlamentari, e l’idea che la mia protesta andrà avanti in modo collettivo», racconta con voce bassa e stentata. «Ho la pressione molto bassa, ma sono sicuro che presto mi riprenderò per poter lottare a fianco dei miei colleghi», spiega. Lui, dal basso dei suoi 1.400 euro al mese – «sono fortunato, sono al massimo degli scatti» – e dei suoi 18 anni di lavoro alle acciaierie – «entrai a 23, ora ho 41 anni una moglie e tanta paura» – da subito ha chiesto «un incontro o comunque una visita a Terni di Matteo Renzi»: «Sarebbe un segnale importante per la Thyssen, una multinazionale che vuole solo tagliare e che sarebbe spiazzata dall’intervento in prima persona del presidente del Consiglio».
La protesta dunque ora diventerà collettiva e a rotazione. «Già una decina di persone hanno attuato uno sciopero della fame giornaliero», spiega Fausto Durante, responsabile del segretariato Europa della Cgil, ispiratore (è lui ad averla iniziata) della staffetta a rotazione. «Abbiamo già ottenuto l’obiettivo di allargare la protesta al di fuori di Terni, visto che oltre ad Attilio Romanelli, segretario della Camera del Lavoro locale, lo ha già fatto anche Francesco Grillo, segretario della Fp Cgil di Crotone: ora vogliamo andare avanti, mantenendo il livello di attenzione durante il periodo agostano, per poi arrivare al 4 settembre, quando al ministero dello Sviluppo ci sarà la nuova riunione con la proprietà», conclude Durante.
Sarà quello un giorno cruciale per Terni e tutta la sua comunità, da sempre unita per difendere la acciaierie, vero vanto della città. «Noi abbiamo già scioperato a luglio, ottenendo il blocco dell’attuazione unilaterale del piano aziendale», spiega Romanelli. «Ora ci aspettiamo che il 4 settembre l’azienda si ripresenti al tavolo con un piano completamente nuovo. Se non lo facesse, prenderebbe in giro per primo lo stesso governo», che a luglio, per bocca del viceministro Claudio De Vincenti, aveva definito il piano «irricevibile».
Il vero problema riguarda la volontà della multinazionale tedesca. «Per loro la produzione dell’acciaio non è più il core business – continua Romanelli -, lo hanno confermato nell’assemblea dei soci della scorsa settimana, dicendo chiaramente che per Terni puntano a rimettere in sesto finanziariamente il sito e a venderlo in tempi ragionevoli. Tempi che non coincidono con i nostri: sono tre anni che siamo aggrappati al limbo industriale più totale».
Sì, perché la vertenza delle Ast di Terni va avanti dal 2011. Quando Thyssen vendette il sito ternano ai finlandesi di Outokumpu. Una vendita che è risultata alquanto infelice: a novembre 2012 l’Antitrust europea – con una decisione alquanto contestata, il mercato è ormai globale – ha sanzionato i finlandesi per posizione dominante nell’inox, costringendoli a novembre 2013 a rivendere Terni. E così la proprietà è tornata ai tedeschi che, controvoglia, hanno ripreso il controllo della Ast avendo come unico scopo quello di preparare una nuova vendita. Per questo hanno chiamato alla guida la tagliatrice di teste Lucia Morselli, autrice già di un piano di dismissione alla Berco Italia, altra multinazionale. Che la proprietà sia finlandese o tedesca, la morale è sempre la stessa: a Terni le acciaierie devono produrre meno. Ecco dunque il piano presentato il 17 luglio: taglio dei costi per oltre 100 milioni l’anno con una riduzione del personale di 550 dipendenti su un totale di 2.600. I tagli al personale riguardano tutte le aree di Ast nel tentativo «di ristabilire una redditività sostenibile dell’azienda, con la chiusura del secondo forno entro il biennio 2015-16».
Ora dunque un’intera comunità è in attesa del fatidico 4 settembre, quando si aprirà uno dei primi tavoli di crisi di un autunno che si preannuncia già caldo.