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Italia

La libraia di Lodi:«Strade vuote e scorte di libri in caso di quarantena»

La libraia di Lodi. «E’ come essere travolti da una slavina: siamo diventati l’epicentro del contagio»

Michela Sfondrini è la libraia di Lodi, grosso centro lombardo a sud di Milano finito al centro della cronaca per il coronavirus, sebbene i casi accertati non riguardino la cittadina ma ai paesi limitrofi. La libreria Sommaruga si trova in Corso Vittorio Emanuele II, ovvero nel cuore di Lodi. La raggiungiamo al telefono.

Signora Sfondrini, è sabato pomeriggio: cosa vede intorno alla sua libreria?
Vedo camminare qualcuno lungo la via ma ci sono decisamente meno persone rispetto a quelle che vedrei in un normale sabato: per altro in questo momento la via è percorsa solo da una macchina con la scritta «soccorso sanitario», ma non so dove sia diretta. E’ una situazione molto strana, irreale.

Cosa è successo nella vostra vita?
Ci siamo svegliati ieri mattina e abbiamo ricevuto questo colpo da giornali e televisioni: si parlava di noi come l’epicentro di un contagio. Mentre le ore passavano questo senso di pesantezza aumentava perché venivano segnalate le positività al virus, nonché accertamenti su accertamenti: il tutto poi ha preso le forme di una slavina che ci ha travolti. Famiglie in isolamento e addirittura paesi in isolamento: luoghi distanti anche venti chilometri da Lodi, perduti in quella che noi chiamiamo «la bassa». Quel pezzo di territorio che va da Lodi verso il piacentino, punteggiato da tanti piccoli borghi dove mai potresti pensare a una cosa così: dove l’isolamento è già intrinseco, proprio perché intorno a quelle poche case ci sono solo campi coltivati a perdita d’occhio.

Lei cosa ha visto?
Ieri ho assistito al panico e al disorientamento nello stesso momento, una sorpresa che ci ha davvero colpito a freddo e ci ha portato a porci una domanda banale: come è possibile che stia accadendo questo? Avevamo letto come tutti notizie preoccupanti, ma in fondo lontane dalla nostra vita: poi nel giro di poche ore abbiamo capito che non eravamo attrezzati per una dimensione emotiva così forte: le informazioni reali si sovrappongono e mischiano alle chiacchiere, la realtà alla costruzione attraverso il sentito dire del paese: qui ci si conosce tutti, le voci ingigantiscono, corrono incontrollate. Sappiamo chi sono i malati le loro famiglie, incrociarsi è semplice: si finisce sotto una pressione gigantesca. Un disorientamento profondo perché non si sa cosa faremo e diremo tra noi.

Come vi siete comportati?
Vi è stato un annullamento di qualunque attività o appuntamento per oggi e domani. Il carnevale, che attirava grande folla dai paesi circostanti è stato annullato, così come le partite di calcio, ma tutto quanto è stato disdetto. In parallelo sono stati presi provvedimenti per sigillare dieci paesi, che si trovano al massimo a venti minuti di automobile da dove parlo io ora. Stazioni chiuse, treni fermi, locali sbarrati: incredibile.

Vi è una particolare attenzione agli stranieri?
Mi pare che la paura e per qualche caso il panico di essere contagiati non abbia nulla a che fare con il contatto con persone di origine straniera. Sospettosità diffusa verso i cinesi in arrivo dal loro paese c’è, ma non verso quelli residenti da tempo.

Voi cosa avete fatto nella libreria?
Io e Alda avevano in programma un libro di poesie «Borse di Stelle» di Ermanno Merlo, un giovane poeta lodigiano di quindici anni che ha scritto versi molto belli, dedicati proprio agli stranieri in difficoltà. Abbiamo pensato che i rapporti che ci sono nella libreria sono preziosi in questo momento, e che incontrarsi per una presentazione di un libro di poesie non avrebbe accresciuto la probabilità di prendere il corona virus ma poteva essere un momento di condivisione e benessere per una comunità molto scossa: e quindi l’abbiamo confermata. Non c’erano indicazioni di quarantena e quindi l’idea è stata premiata: è stato un modo per dire che siamo tutti vicini anche se disorientati, e stare insieme è un lenitivo dell’anima che aiuta di fronte a difficoltà così grandi. Situazione che si è replicata sabato mattina: io e Alda avremmo pensato che ci sarebbe stata solo tanta solitudine. Al mercato alle nove non c’era nessuno. Abbiamo aperto le nostre porte e piano piano le persone sono entrate, alcuni a cercare un libro, tanti per fare due parole. Alcuni sono venuti perfino a far la scorta di libri in caso di quarantana. La libreria si è affollata, un punto di aggregazione per un mondo rimasto senza parole e in cerca di parole.

Lei cosa farà questo sabato sera?
Ero stata invitato ad un incontro tra librai indipendenti italiani a Finale Ligure ma ho preferito non andare, per non mettere a disagio i miei colleghi e amici: disagio che comprendo perfettamente. Rimango a casa e con un po’ di accortezza e un po’ di fatalismo vivo normalmente per quanto possibile.

Cos’è la preoccupazione per lei?
Preoccupazione è mantenere un equilibrio tra la paura e la razionalità: cosa che detta quando sei fuori dall’occhio del ciclone appare semplice ma che tale non è. Mi informo, valuto le fonti, ad esempio mi sono state di aiuto le parole della virologa Ilaria Capua, lucide e sagge. Non mi faccio travolgere dal panico, e cerco di riflettere rimanendo pronta e rispettosa.

Che libro state consigliando in questi giorni un po’ strani?
Beh, un grande classico non potrà mancare a Lodi nelle prossime settimane: «Cecità» di Jose Saramago.


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