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Alias Domenica

Smelev, ogni cosa è ormai passata, e anche noi siamo di troppo

Russia, guerra civile. Per testimoniare l’ampiezza della frattura che si è aperta nella società all’indomani dell’Ottobre, «Il sole dei morti» ricorre ai registri dell’elucubrazione malinconica, del compianto funebre, dell’invettiva: Nell’attacco del romanzo, lo sguardo di una gallina perplessa perché il padrone non la sfama più, da Bompiani

Crocevia millenario di genti e civiltà, la penisola crimeana sembra riflettersi nella letteratura russa sotto forma di cronotopo cangiante, dove l’immagine del giardino di delizie, spesso declinata nelle sue varianti più gaudenti e orientaliste, trascolora senza soluzione di continuità in quella di un sanguinario macello. Già nel 1855 un giovane ufficiale di artiglieria dell’esercito zarista, Lev Tolstoj, di fronte allo stillicidio consumatosi quotidianamente a Sebastopoli, aveva osservato come la città cinta d’assedio si fosse trasformata in una «strana commistione tra un luogo da favola e uno sudicio bivacco». Analoga sarà negli anni Venti la testimonianza di Osip Mandel’stam che, rievocando...

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