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Editoriale

Riforme, il governo esca dalla palude

Dopo che il senatore Mario Mauro, reo di aver votato con l’opposizione, è stato sostituito dalla Commissione Affari Costituzionali, l’Huffington Post ha scritto che ora ero diventato «l’ago della bilancio» per la riforma del Senato. Non è così. O almeno non voglio credere che qualcuno possa immaginare di imporre il testo del governo con 15 voti di maggioranza contro 14, in commissione. Sarebbe una follia. Renzi ha sempre detto di voler fare le riforme costituzionali coinvolgendo una parte almeno delle opposizioni.Ha spiegato così l’incontro con Berlusconi, dopo il no di Grillo. Tornare indietro, proporre il muro contro muro, mi sembrerebbe un errore politico.

Già il 6 maggio Governo e Relatore insistettero, secondo me sbagliando, per assumere la proposta del governo come testo base, senza alcuna modifica, di fatto cancellando 28 ore di dibattito costruttivo in Senato, peggio lasciando che fosse il secondo relatore, Roberto Calderoli, a rappresentare, a modo suo, quel dibattito. La conseguenza è che la Commissione approvò prima un ordine del giorno Calderoli, con il concorso di Forza Italia e Mario Mauro, poi il testo base del governo, sempre con il concorso di Forza Italia e di Mauro. Ecco come si finisce nella palude. E da allora la Commissione non riesce a fare un solo passo avanti.

A questo punto il governo ha solo due strade. La prima è di muovere un passo verso le posizioni sostenute da Vannino Chiti, da me, da altri senatori del Pd e poi sottoscritte da Sel e dai senatori che hanno lasciato il Movimento 5 Stelle. Magari senza neppure darci ragione apertamente, ma facendo propria la proposta Quagliariello, non troppo diversa dalla Chiti. La seconda strada è di chiedere aiuto a Berlusconi, ma non oso immaginare cosa B. pretenderebbe in cambio.

Quanto a me, auspico che la riforma del Senato si faccia presto e bene. Chiediamo, però, che le regole che presiedono il buon funzionamento della comune casa democratica non finiscano nella totale e incontrollata disponibilità del governo. Di nessun governo. Ha scritto in proposito Stefano Rodotà: «Escluso che il Senato voti la fiducia al Governo e la legge di bilancio, non si possono evocare esigenze di governabilità e si deve entrare nella diversa logica dei controlli e delle garanzie, una volta abbandonato il bicameralismo perfetto. È necessario un suo ruolo paritario per le leggi costituzionali e l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali, del Consiglio superiore della magistratura».

Ecco il punto. Renzi, Finocchiaro, Boschi risponderanno su questo, ci rassicureranno? Lo spero. Per quanto mi riguarda sono contro ogni ostruzionismo o manovra dilatoria, ma sosterrò gli emendanti che ho firmato insieme ad 19 senatori del Pd e altri 19 tra Sel ed ex 5 Stelle. Almeno fin quando il Governo non avrà dissipato i dubbi su controlli e garanzie posti da Rodotà.