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Editoriale

Retorica dell’attentato

Il primo consiglio dei ministri presieduto da Enrico Letta

Il primo consiglio dei ministri presieduto da Enrico Letta

Improvvisamente, mentre sulle tavole degli italiani il giuramento dei ministri sfumava nell’aria sonnacchiosa della domenica, gli spari davanti palazzo Chigi tagliavano l’aria con una scossa, provocando un momento di grande tensione in tutto il paese. Subito placata dalle notizie sull’autore della sparatoria (un uomo isolato e disperato) e sulle condizioni dei due carabinieri feriti. Ma politici e informazione, anziché abbassare i toni, li hanno alzati, alimentando il solito circo mediatico, con profluvio di parole retoriche, esagerate, allarmiste. A cominciare dalle dichiarazioni del presidente del senato Pietro Grasso che è arrivato ad evocare la “strategia della tensione”.

A strumentalizzare il preoccupante e grave fatto di Roma forse bastavano le accuse di Alemanno e soci contro chi osa opporsi e manifestare contro la situazione sociale. Invece sul drammatico episodio, non “tragico” (per fortuna non è morto nessuno), le televisioni hanno martellato per tutto il giorno, durante interminabili dirette. Contribuendo ad alimentare la retorica dell’attentato (sempre le stesse immagini e le stesse notizie),  interrogando i politici sull’opportunità di abbassare i toni della polemica, chiedendo ai dissidenti del Pd se i fatti di Roma avrebbero cambiato il loro voto negativo contro il governo con Berlusconi.

Dietro quanto è avvenuto c’è una verità molto semplice. A sparare contro chi rappresenta lo Stato (un ufficio pubblico a Brescia qualche giorno fa, i carabinieri di sorveglianza a Palazzo Chigi ieri), sono persone senza lavoro, sole con la loro vita distrutta. Le cronache raccontano che alla Camera del lavoro di Viareggio un sindacalista è stato minacciato con un coltello dal contabile di un’azienda. Senza dimenticare i suicidi da crisi economica. E non siamo profeti se diciamo che non è finita qui.

La violenza è oggi individuale, e spesso viene rivolta contro se stessi quando la vergogna per la povertà supera la rabbia e si sceglie di farla finita. Altro che anni Settanta. Siamo nel 2013, con i legami sociali disintegrati dalla fine della solidarietà che non trova, nella politica, nei sindacati, nella rete sociale urbana, una comunità di sostegno. Disperazione e solitudine sono l’esplosivo con cui dobbiamo confrontarci. E la politica dovrebbe essere la prima a rendersene conto. Evitando di gridare “al lupo, al lupo”,  evitando di usare la povera gente per conquistare un lasciapassare, una fiducia, che al momento non ha.


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