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Politica

Referendum, cresce il fronte del sì al rinvio. Conte: niente panico

Maltagliati. Comitati per il No, Partito radicale e forzisti chiedono di spostare la data. E anche a molti parlamentari favorevoli al taglio non dispiacerebbe

Matteo Dall’Osso (Fi) e Maria Teresa Baldini (Fdi) alla Camera con la mascherina

Matteo Dall’Osso (Fi) e Maria Teresa Baldini (Fdi) alla Camera con la mascherina

Il rinvio della data del referendum costituzionale sulla legge che taglia i parlamentari è «indispensabile». Come anticipato al manifesto, ieri il costituzionalista Massimo Villone, da presidente del Comitato per il no del Coordinamento Democrazia Costituzionale, ha inviato una lettera al presidente della Repubblica, a quello del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato.

CON L’EMERGENZA coronavirus, il governo e le regioni hanno sospeso manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, «quindi anche quelle connesse al referendum», vi si legge. È già successo in Lombardia e in Veneto, ma non è improbabile che presto accada in altre regioni. Ma se solo ci si ferma a queste prime due, scrive Villone, «12 milioni di aventi diritto al voto, quasi un quarto del totale in Italia, sono deprivati della necessaria informazione che possa permettere un voto libero e consapevole». Il rinvio della data è dunque indispensabile. Per Villone «dovrà essere fissata ex novo nel momento in cui l’emergenza potrà considerarsi effettivamente superata. Se non si ritenesse possibile decidere tale rinvio sulla base della normativa posta dalla legge 352/1970, andrebbe considerata l’adozione di un decreto-legge in deroga. Tale decreto, toccando solo la data, non troverebbe ostacolo nell’art. 72 della Costituzione, e per l’indubbia situazione di straordinaria necessità ed urgenza sarebbe certo giustificato ai sensi dell’art. 77». Diversamente i cittadini, e i comitati, «subiranno una lesione non rimediabile dei loro diritti costituzionalmente protetti».

ALLA RICHIESTA si associa il coordinatore nazionale dei comitati Noino Andrea Pruriti Ciarello, che parla del rischio di «vizio del procedimento» che renderebbe «vuoto l’esercizio di un diritto costituzionale dei cittadini». E la Fondazione Einaudi, che sottolinea «la gravissima carenza di spazi su tutti i mezzi di informazione», e il Partito Radicale per il quale le disposizioni governative compromettono «quel poco di campagna consentita ai promotori del no alla riduzione dei parlamentari, sinora ignorata dai media e gravata da mesi di informazione unilaterale sulle ragioni dei promotori della riduzione dei parlamentari». Per un rinvio si schierano anche la capogruppo di Forza Italia al senato, Annamaria Bernini e Benedetto Della Vedova, di +Europa.

I COMITATI CHIEDONO un incontro con Giuseppe Conte. Che però al momento minimizza: «Non dobbiamo ipotizzare scenari drammatici» risponde a Rai News24. Da Palazzo Chigi poi spiegano meglio: al momento «non si ritiene di dover intervenire sulla data del referendum. Vediamo l’evoluzione che ci sarà nella prossima settimana. Se non è necessario è meglio non creare altro panico nella popolazione». Viene spiegato che la macchina del Viminale si è già messa in moto. In realtà è fantasioso immaginare che il rinvio sia motivo di ’panico’ fra i cittadini, già poco informati sull’appuntamento e oggi preoccupati da tutt’altro.

Nel palazzo, invece, non è un mistero che il rinvio non dispiaccia a nessuno, né quelli per il sì né quelli per il no. Uno slittamento metterebbe in sicurezza la legislatura, almeno fino a febbraio 2021.

UN PRECEDENTE CI SAREBBE, risale al ’96 sotto il governo Dini. Oggi, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti (pro sì), «il Viminale dovrebbe convocare il Comitato dei senatori che hanno raccolto le firme e i gruppi parlamentari, in modo da varare un decreto che poi sia approvato dalle Camere senza incidenti».


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