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Quale ordine globale senza spingere il mondo alla rovina

Governi e società. In Afghanistan, come altrove, è mancata non la “nazione”, ma un tessuto civile in cui le differenze (etnie, religioni e identità di genere) potessero convivere. Nessun governo può durare a lungo, se non offre una risposta all’esigenza di autogoverno che tiene insieme i diversi segmenti di una popolazione civile

Per le strade di Kabul

Per le strade di Kabul

Il ritiro degli Stati uniti e dei loro alleati dall’Afghanistan segna il definitivo tramonto del progetto, avviato con la prima guerra del Golfo, di istituire un “nuovo ordine globale” o, per essere più espliciti, un governo del mondo. Il nuovo ordine pretendeva di reggersi su tre pilastri: l’espansione dei mercati, l’esportazione della democrazia e lo strapotere militare americano, dettagli marginali – di fronte al disastro di Kabul – agli occhi di un’opinione pubblica sempre più decisa a bollare come follia qualunque ipotesi di un governo planetario. A sinistra si riaccende la critica all’imperialismo, a destra si rafforza l’appello alla sovranità...

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