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Visioni

Orso d’oro a Rasoulof, un dialogo con il presente

Berlinale 70. Il primo premio va a «There is No Evil», l'Italia vince la miglior sceneggiatura con «Favolacce» dei fratelli D'Innocenzo e il riconoscimento per il miglior attore, andato a Elio Germano nei panni di Ligabue

Il cast e i produttori di «There is No Evil» con l'Orso d'oro

Il cast e i produttori di «There is No Evil» con l'Orso d'oro

Che fosse l’Orso d’oro si era detto subito, prima che le luci del Palast si riaccendessero alla fine della proiezione stampa, There is No Evil di Momhammad Rasoulof è quel film che meglio risponde alla necessità di un cinema capace di raccordarsi al proprio tempo, raccontando un luogo di oppressione come metafora di un’attitudine che ha attraversato – e continua a attraversare – la Storia: nell’Iran del regime che condanna a morte il pensiero Rasoulof costruisce la sua riflessione sulla responsabilità del singolo e sull’alibi del male – che non esiste se non perché la collettività ha fatto una scelta.

Lui stesso vive questa condizione, dopo la prigione ora sconta la condanna del soggiorno obbligato in Iran, e come ha ricordato uno dei produttori, alla sala della Berlinale in piedi per una lunga standing ovation, tutta la troupe ha corso dei rischi importanti per realizzare il film.
Il cinema italiano torna a casa con due premi, la migliore sceneggiatura ai D’Innocenzo per Favolacce e il miglior attore a Elio Germano (che lo dedica a Antonio Ligabue) per Volevo nascondermi – la cui uscita in sala è stata rimandata. Lui è un bravissimo attore e va benissimo cosi, certo lo preferivo come Leopardi di Martone, qui le sfumature del suo essere in scena finiscono per venire risucchiate dalla mimesi totale col personaggio.

Ma che Palmarés è stato questo della Berlinale di Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek? Difficile intuire una «linea», anzi è come se la giuria guidata da Jeremy Irons avesse seguito un po’ i gusti di ciascuno che dalla migliore regia al magnifico Hong Sansgsoo –per la sua nuova variazione sui movimenti della vita e delle storie – The Woman Who Ran – arrivano al premio della giuria per Eliza Hittman e al suo Never Rarely Sometimes Always – anche questo annunciato: l’America narrata nell’esperienza delle due giovani working class di fronte a una gravidanza imprevista. Passando per Effacer l’historique di Delepine e Kervern, classi popolari e internet in una commedia un po’ punk.

Il verdetto ha insomma privilegiato un cinema con delle «storie», una narrazione riconoscibile, un’esperienza di realtà. Ciò che invece ha messo da parte è una forma che contiene questi passaggi ma in maniera «obliqua». La «rottura» è divenuta DAU – Natasha a cui è andato il premio tecnico – alla fotografia di Jürgen Jürges – mentre la grana emozionale delle di Tsai Ming Liang non è neppure considerata. Ma soprattutto non ha vinto il migliore film del festival, Undine di Christian Petzold – se non l’Orso alla sua magnifica interprete, Paula Beer. Mai abbastanza per questa nuova e sorprendente opera del regista tedesco in cui il mito della Ninfa diviene il punto di unione tra reale e fantastico, il cortocircuito di un sentimento contemporaneo. E è stato ignorato un altro dei grandi film dell’edizione 2020, First Cow di Kelly Reichardt, manifesto politico nella sua rilettura del west con tutto quello che non ci hanno mai mostrato: la storia di un’amicizia, gli sforzi, i sogni, il mito della Frontiera che non era solo dei bianchi.

In una selezione autoriale, senza major, con gli inevitabili errori e l’alternanza di proposte che caratterizza ogni concorso, che però nella sua frammentarietà – un po’ simile a quella dei premi – si è sforzata di costruire un’immagine di ricerca sono opere centrali, espressione di un cinema non retorico, che non rivendica la propria importanza, che sa essere «inattuale» e per questo riesce a cogliere di sé e del mondo le variazioni più segrete, quelle più imprevedibili. Una preziosa dichiarazione di indipendenza.


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