La vita di Svetlana si è fermata il giorno che suo figlio Sasha è morto. Aveva da poco iniziato il servizio militare, le lettere scritte in fretta, nei frammenti del giorno fra i molti doveri di una giovane recluta, lasciavano intuire una violenza costante seppure accennata nelle relazioni ma nulla che facesse pensare a quanto poi è accaduto. Eppure di storie di ragazzi morti nell’esercito, non in guerra ma durante la leva, ce n’erano tante nella Bielorussia del dittatore caro a Putin Lukashenko, dove il militarismo punteggia il quotidiano con la glorificazione della madre patria che i soldati proteggono e difendono. Lei Sasha non lo ha nemmeno potuto vedere alla morgue, aveva la testa rotta, la faccia blu, picchiato fino a morire. Ma Motherland, film premiatissimo dal suo esordio al festival CPH:DOX non è una indagine su questa morte radicata in quello che, come ci dicono le immagini che lo aprono, è definito «dedovshchina», il nonnismo nelle sue declinazioni più crudeli. Da qui gli autori, Alexander Mihalkovich e Hanna Badziaka provano a costruire la cartografia di una realtà in cui questo meccanismo di abuso si estende dai ragazzi di leva all’intero Paese per controllare ogni singolo cittadino con il terrore e la violenza.

SEGUIAMO dunque la protagonista nei suoi incontri attraverso la Bielorussia, nella sua battaglia per riuscire a organizzare un’azione giudiziaria insieme alle altre famiglie che hanno vissuto la sua stessa esperienza. Che vede in quei cimiteri di ragazzi morti come il figlio, mentre fuori campo risuonano le sue o le loro parole che parlano alle madri dei capelli da tagliare, o di una barba appena un po’ lunga che ha scatenato le minacce di un superiore. «Mi sento sempre stanco, è come se fossi in una busta di plastica» scrive un ragazzo.

In quel paesaggio di palazzoni di cemento, parate militari, silenzi oppressi e una rabbia giovane la cui resistenza è anche sottrarsi alla leva – «mi faro passare per pazzo ma poi devo abbandonare la mia città» dice uno tra loro – rave techno e voglia di rivolta, la narrazione coglie un sentimento comune che attraversa quel mondo soffocato da una repressione esercitata in ogni spazio possibile.

IN CONCORSO al Festival di Trieste che si chiude oggi, il film conferma l’impronta di una selezione in cui ciò che segna il nostro tempo trova una corrispondenza nelle immagini a partire da voci alla prima persona; esperienze che restituiscono una diversa profondità rispetto alla cronaca mediatica. Il vissuto di Svetlana incrocia a un certo punto quello di Nikita, un ragazzo che vediamo la prima volta in un rave party insieme agli amici attivisti mentre scherza sulla lettera di leva che ha appena ricevuto; lui però decide di arruolarsi. Siamo nel 2020, quando in moltissimi scendono in strada contro il regime e le elezioni farsa che hanno riconfermato Lukaschenko. Nikita si trova all’improvviso «dall’altra parte» dove c’è chi reprime, picchia, arresta, carica i manifestanti sui furgoni che li porta in carcere – di fronte al quale fuori a aspettare ci sono altre madri come Svetlana che contestano i funzionari che passano su un Suv negando la tortura. E intanto Svetlana fa fatica a trovare un prete per benedire la tomba del figlio.

Motherland prende allora in duplice significato, non solo patria ma «terra delle madri» che chiedendo giustizia a Minsk, «la città degli eroi» affermano la lotta contro una società patriarcale, chiusa nelle sue dinamiche, implosa oltreché nella tirannia in una corruzione che la divora, nei traumi che continuano a passare fra le generazioni negando qualsiasi forma di futuro . Quando Nikita torna a casa è un’altra persona. Gli amici coi quali condivideva la stessa ribellione sono lontani, lui al nonno, un uomo che porta in sé il vissuto sovietico, dice di non sapere più chi è. Certo è riuscito a sopravvivere all’esercito eppure è stato lo stesso massacrato da quella violenza, dall’indottrinamento che ha cancellato i suoi sogni. « Volevamo affrontare i concetti di responsabilità, paura, perdita e dolore, alla ricerca del punto di partenza di questo fenomeno. In genere si parla delle conseguenze della violenza, noi ci concentriamo sulle cause», dicono i registi del film. E senza retorica né enfasi costruiscono tra i sentimenti dei loro protagonisti una trama di situazioni che illuminano con precisione le dinamiche e il funzionamento di questa violenza. La sua storia, le sue complicità presenti, la sua universalità.