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Lavoro

Mittal rallenta ma non chiude: oggi decide il prefetto

Taranto. Difficile l'interpretazione del Dpcm: ora lavorano 3800 degli 8.200 addetti dell'acciaieria spalmati su tre turni. Cambiata la cassa: da ordinaria a in deroga per Covid19

L'acciaieria di Taranto

L'acciaieria di Taranto

Anche in tempo di emergenza nazionale Covid-19, l’ex Ilva di Taranto fa parlare di se. In particolare dopo l’ultimo Dpcm di domenica scorsa sulle azienda e le fabbriche da chiudere, che tanto sta facendo discutere. Nel cui testo non è presente espressamente il settore siderurgico tra quelli ritenuti necessari, ma nel quale si legge che viene consentita la prosecuzione di «attività degli impianti a ciclo produttivo continuo». Come l’ex Ilva di Taranto appunto. Dove negli ultimi giorni la direzione di ArcelorMittal Italia e le organizzazioni sindacali hanno deciso la fermata di diversi impianti, che ha portato a dimezzare le presenze nel siderurgico: dagli 8200 diretti (1300 dei quali in Cigo da luglio) agli attuali 3800 spalmati su tre turni.
Ciò nonostante, dal Comune alla Uilm per arrivare alle diverse associazioni cittadine, è stata chiesta la fermata totale dello stabilimento. Con la patata bollente passata nelle mani del prefetto di Taranto, visto che sempre nel Dpcm del 22 marzo è scritto che l’ultima parola spetti ai prefetti, i quali possono disporre la chiusura delle fabbriche che per decreto possono proseguire la loro attività produttiva, qualora non ritengano che manchino le condizioni di sicurezza per proseguire le attività.
Per questo tra martedì e ieri si sono susseguiti una serie di incontri tra il prefetto, le organizzazioni sindacali, l’amministrazione comunale, la direzione di ArcelorMittal, i commissari straordinari Ilva, la Asl ed associazioni come Confindustria e Confcommercio, per provare a fare il punto della situazione.
In molti hanno chiesto che in fabbrica restino soltanto i lavoratori predisposti per le comandate, ovvero dei presidi sugli impianti per garantirne la sicurezza. «Comandate» che in realtà, come specificato da un accordo sindacale del 1989 confermato in quello del 6 settembre 2018, sono previste soltanto in occasioni straordinarie come gli scioperi. Ipotizzare di utilizzarle per una pausa produttiva più lunga, per l’azienda e la struttura commissariale esporrebbe gli impianti a danni irreparabili.
Ma al di là dell’utilizzo delle «comandate», i termini della questione per il sito tarantino sono diversi. E poggiano tutti sulla sicurezza degli impianti e sulla gestione ambientale del siderurgico. Cosa che comporterà che gli impianti continueranno a produrre al minimo come avviene da giorni, con 8,5mila tonnellate di ghisa al giorno.
Quasi certamente oggi il prefetto scioglierà le ultime riserve. Sindacati che ieri hanno ricevuto dall’azienda la comunicazione della revoca della procedura di Cigo (cassa ordinaria) e il conseguente passaggio alla normativa speciale dettata dal decreto legge del 18 marzo 2020. In pratica si passerebbe alla cassa integrazione in deroga per coronavirus coinvolgendo oltre 5mila addetti.


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