«La vedevo emergere dal mare, il torso delicato luccicante al sole, mentre straziava coi denti un pesce argentato che fremeva ancora e il sangue le rigava il mento». La descrizione di Lighea di Tomasi di Lampedusa rievoca il dolore, l’incanto, la meraviglia e la morte: tutte caratteristiche delle Sirene, come racconta la nuova «Variazione sul mito» di Marsilio curata da Elisabetta Moro: Sirene Il mistero del canto (Omero, Ovidio, la Motte Fouqué, Andersen, Nerval, Serao, Kafka, Joyce, Bachmann, pp. 325, euro 20,00).
Le prime e più famose sono quelle omeriche: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo coi piedi e le mani legati all’albero della nave, per sfiorare l’incanto e poterne godere senza morire. Vergini (parthenoi) che rifiutano nozze e legami da donne adulte, invise per questo ad Afrodite, le Sirene sono pericolose proprio per la loro fatale minaccia di una partheneia perpetua e incessante, che incarna l’essenza della seduzione e dell’erotismo. Possono essere candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell’alba, come le disegna Gustave Moreau; inquietanti, affusolate e nascoste dai loro capelli, come quelle di Klimt; Maddalene per nulla pentite, come quella di Waterhouse; o irresistibilmente seducenti e perverse, come quelle di Herbert James Draper, ricorda la Moro in un’introduzione che alterna qualche momento meno convincente a molti istanti di vera e propria grazia: come l’audace parallelo finale tra il Dissonanzen Quartett mozartiano e il mistero del desiderio, che le sirene incarnano.
In una collana ormai storica che ha il merito di mettere al centro i testi, la Moro segue due strade: da una parte, Napoli e il legame con la sua sirena fondatrice, Partenope; dall’altra, appunto, il mistero – e l’eccesso – del desiderio. La prima delle sirene partenopee è quella di Nerval, che ricercava a Napoli una consolazione per la morte della sua amata. Nel suo sonetto, il «tenebroso», «l’inconsolabile» ricorda la morte della sua «stella», vede il «sole nero della Malinconia», ma sogna anche Posillipo, il mare e quel fiore che piaceva al suo cuore desolato; sogna nella grotta dove nuota la sirena, e nell’ultima strofa impugna la lira, come Orfeo, celebrando la doppiezza della più ineluttabile fatalità della vita umana: l’amore. Tra «i sospiri della santa e la grida della fata», tra «delizia» e «tormento»: come una sirena.
L’altra Sirena napoletana è la poco nota Parthenope di Matilde Serao, che con gli occhi neri, la bocca voluttuosa, la carnagione candida, si identifica con Napoli: la fa brillare «ebbra di luce e folle di colori», la fa impazzire e impallidire d’amore, la fa contorcere nelle violente giornate d’agosto in un immenso, metafisico amplesso. È vergine, è donna, è amante, non ha tomba ed è immortale: come Napoli.
Ma cosa cantano, davvero, le Sirene? A questo interrogativo, che amava porre Tiberio, hanno provato a rispondere molti. Quelle di Kafka per esempio non cantano, ma possiedono un’arma più pericolosa: il silenzio. Sciolgono i capelli al vento, ma non vogliono più sedurre; vogliono solo «cogliere il fulgore dei grandi occhi di Odisseo»: che del loro mistero, invece, non coglie nulla. Perché l’uomo vuole essere stordito, ma solo fino a un certo punto, e non vuole lasciarsi incantare davvero.
Tre dei testi qui raccolti sono legati alla versione «germanica» della Sirena: l’ondina, creatura acquatica metà donna e metà pesce, che non ha anima ma può conquistarla solo attraverso l’amore con un essere umano. La prima è l’Ondina di la Motte Fouqué, che canta con indicibile grazia, ma è costretta a conoscere la sofferenza: il suo cavaliere torna all’antico amore, e Ondina deve ucciderlo per vendicare il tradimento. Lo ama ancora, e lo uccide con un bacio, mentre trema e piange, «come se volesse far scorrere la propria anima nel pianto». La tenera, malinconica Ondina si fonde con Partenope in Andersen, che scriveva: «da morto voglio fare il fantasma a Napoli». La Sirenetta rinuncia alla voce per amore del suo principe. Sogna la felicità umana e un’anima immortale, lo salva, ma lo perde. L’ultima sera in cui vede l’uomo per cui ha abbandonato ogni cosa, soffrendo infiniti tormenti senza che lui se ne accorgesse, ripensa alla prima volta in cui era emersa dal mare; le sembra di sentire il cuore spezzarsi, vortica nella danza, è trafitta da un dolore inesorabile. Aspetta il primo raggio di sole che la ucciderà, si getta nell’acqua e sente il corpo che si dissolve in schiuma. Perché, riprendendo Tiberio, le Sirene cantano – e sono – il desiderio dell’impossibile. Come sapeva benissimo la Bachmann, che libera Ondina dai riflessi protestanti di la Motte Fouqué e dalla triste dolcezza di Andersen, e intona il canto feroce e disperato di chi si è illuso che l’amore assoluto fosse possibile: la sua Ondina ama l’acqua, la sua densa trasparenza e le mute creature, ama le foglie che le leccano le gocce dai capelli, ed è disperatamente sola. Ripete sempre lo stesso errore: ama di un amore totale, e non può non stupirsi degli uomini, che conoscono il suo richiamo, ma non esitano a sacrificare il suo sguardo «perfetto, luminoso, delirante» per obbedire alla legge, non al sentimento. Ma Ondina non può cambiare: «seduce per natura, e tenta di farsi seguire nella solitudine dove nessuno la segue».
Perché da Omero a la Motte Fouqué, da Andersen alla Bachmann, la realtà vince sempre il desiderio: con qualche eccezione. Come Lighea, la Sirena trionfante di Tomasi di Lampedusa, che non compare tra i testi antologizzati, ma su cui Moro si sofferma. Nell’euforica luce dell’agosto siciliano, al giovane Rosario La Ciura appare l’incarnazione della totalità e dell’assoluto: coi dentini aguzzi, i disordinati capelli color del sole, gli occhi verdi, Lighea è la voluttà spirituale e fisica, è mistica e sensuale, è una bestia ed è Immortale. A differenza di Ulisse e di tutti gli altri, però, La Ciura decide di varcare il confine, di ricercare l’eccesso, lo stordimento, l’assoluto da cui gli altri sfuggono: e muore per tentare di rivivere quell’impossibile incanto.