Errata Corrige

Afflitto da decenni di sovrasfruttamento, il mar Mediterraneo è la regione a più alto rischio per squali e razze in tutto il mondo, con il 40% delle specie considerate minacciate rispetto al 17% a livello globale.

Insieme a Domitilla Senni, di MedReAct, organizzazione che da anni si batte per la tutela del Mediterraneo, facciamo il punto sulla situazione del nostro mare, sulle responsabilità e sulle azioni che bisognerebbe attuare per tutelare maggiormente queste specie.

Qual è la situazione degli squali nel Mediterraneo?

Le ultime valutazioni dell’Iucn mostrano che nell’ultimo mezzo secolo 13 specie si sono estinte localmente, principalmente nel Mediterraneo occidentale e nel mare Adriatico. Questa diminuzione allarmante delle specie è legata all’alto livello di sforzo di pesca e alle catture accessorie. Squali e razze crescono lentamente, maturano tardi e hanno un basso potenziale riproduttivo. Per questo sono molto vulnerabili alla pesca e alla perdita di habitat e le popolazioni hanno tempi lunghi di recupero. La pesca, sia quella mirata sia quella involontaria (bycatch), ha l’impatto maggiore e continua a minacciare queste specie, portandole a un declino, nel tempo, di oltre il 97% per i grandi squali pelagici.

Cosa si sta facendo per questo problema?

A oggi nel Mediterraneo vige il divieto di cattura e vendita per 24 specie di squali e razze, mentre per altre 9 specie è richiesta la registrazione delle catture e dei rigetti in mare e la trasmissione dei dati alla Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM). Però ci sono tante altre specie la cui pesca continua a essere autorizzata, come ad esempio la verdesca, che viene tranquillamente venduta e consumata pur essendo, come riporta la Lista Rossa della IUCN, a rischio critico di estinzione avendo subito una riduzione del 78-90% negli ultimi 30 anni.

Quindi questa lista di 24 specie protette andrebbe estesa?

Sicuramente. Bisogna estendere il divieto di cattura ad altre specie che rischiamo di perdere ma che possono essere ancora tranquillamente pescate e commercializzate.

Il problema sono anche le catture accidentali?

Esatto. In un nostro recente rapporto sui costi nascosti della pesca a strascico, abbiamo riportato dati che indicano come nel Mediterraneo occidentale, ad esempio, la pesca a strascico è responsabile di oltre il 90% delle catture accidentali di elasmobranchi. Secondo alcune stime, nel 2015 circa 14.000 tonnellate di squali e razze sono state accidentalmente catturate nelle reti dei pescherecci a strascico in tutto il Mediterraneo. Sono numeri impressionanti a cui andrebbero aggiunte le catture della pesca con i palangari, anch’essa incide fortemente sullo stato degli squali. Specie come lo smeriglio, il mako, lo squalo volpe, e la verdesca finiscono catturati anche dagli ami. Secondo un sondaggio effettuato nel 2018 dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn nelle principali marinerie italiane, l’88 per cento dei pescatori intervistati cattura esemplari di squali, per il 75 per cento ancora vivi.

Quali sono le aree più a rischio?

Sicuramente la zona del canale di Sicilia, dove ogni tanto vengono catturati gli ultimi esemplari di squalo bianco, o la rarissima squatina ormai localmente estinta in Adriatico ma ancora presente in Tunisia. Inoltre, le acque protette dell’isola di Lampione e la zona del Mammellone, a sud di Lampedusa, sono un importante luogo di aggregazione per gli squali grigi che – nonostante i vari divieti di pesca – sono purtroppo soggetti alle incursioni della pesca illegale.

Qual è il livello di consapevolezza di questi problemi tra gli operatori?
Per valutare l’efficacia delle misure di tutela abbiamo condotto un’ indagine nei porti italiani dei mari Adriatico, Tirreno e Ionio, rilevando casi di sbarco e vendita di specie protette come lo smeriglio, lo squalo elefante, il pesce porco, la razza bavosa, il diavolo di mare, la razza bianca e lo squalo mako. La nostra indagine ha anche rivelato una generale mancanza di consapevolezza delle misure di conservazione da parte dei pescatori e degli operatori dei mercati ittici. Questo contribuisce agli sbarchi e alla vendita di squali e razze protetti. Inoltre, da un confronto tra i dati riportati dall’Italia alla CGPM con quelli emersi dalla nostra indagine emerge che molte catture non vengono mai segnalate.

Quali sono le responsabilità del consumatore?

Al consumatore bisogna fornire strumenti che gli consentano di fare delle scelte informate sui prodotti che acquista. Ma non si possono trasferire sui consumatori responsabilità che sono politiche o amministrative, ovvero di chi ha il compito di gestire il futuro di queste specie e il benessere del nostro mare.

Che soluzioni proponete?

Innanzitutto bisogna tirare fuori dai cassetti ministeriali ed aggiornare il Piano d’Azione Nazionale sugli Elasmobranchi per il recupero di squali e razze, redatto svariati anni fa dal ministero Ambiente e sul quale era stato raggiunto un punto di convergenza anche con il ministero delle Politiche Agricole e Forestali che gestisce la pesca, ma che non è mai stato adottato formalmente. Aggiornarlo e iniziare ad applicarlo sarebbe un primo passo avanti.
E poi?
La piena tutela delle zone di riproduzione, iniziando da quelle delle specie maggiormente a rischio. Ad esempio per l’area del Mammellone, Medreact ha già proposto alla CGPM di trasformare l’area in una Zona di restrizione alla pesca, che estenda l’attuale divieto in vigore per la flotta italiana venga a tutte le flotte del mediterraneo che operano nell’area, rafforzando le misure di controllo.
Esistono casi in cui queste chiusure hanno funzionato nel Mediterraneo?
In Adriatico la Zona di Restrizione alla Pesca istituita nella Fossa di Pomo su proposta di MedReAct ha prodotto in pochi anni un vertiginoso aumento della biomassa di specie come scampi e naselli e il ritorno degli squali di fondo, un chiaro indicatore del recupero di un ecosistema falcidiato da decenni di sovrapesca.