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Visioni

Matias Mariani, viaggio fra gli invisibili di San Paolo

Berlinale 70. Intervista al regista di «Cidade Pàssaro», presentato nella selezione di Panorama

Nigeriano, brasiliano, inglese, ungherese: alla ricerca del fratello Ikenna, di cui si sono perse le tracce da tempo, il protagonista di Cidade Pàssaro di Matias Mariani (Panorama), Amadi, si ritrova immerso in una babele di lingue diverse. Ikenna infatti è scomparso dal centro di San Paolo, in Brasile, un’area abitata principalmente da migranti come lui, e nella quale Amadi – arrivato dalla Nigeria – ripercorre i suoi passi, assimilando e rielaborando la nuova identità del fratello scissa fra il Paese da cui proviene e il mondo nuovo in cui è approdato, fatto al contempo di solidarietà e solitudine.

Il film è ambientato in un luogo molto specifico di San Paolo, che appare quasi a sé stante rispetto al resto della città.
Il centro di San Paolo è il posto dove la città è nata, e dal quale è cresciuta all’epoca in cui l’economia brasiliana era legata alla produzione di caffè, agli inizi del ’900. Dagli anni ’60 le classi agiate hanno cominciato a spostarsi in altre parti della città e quella zona è caduta in rovina: gli edifici abbandonati sono stati occupati da chi non poteva permettersi una casa, specialmente gli stranieri. Col passare del tempo è diventata il luogo che ospita coloro che la società brasiliana preferisce non vedere, quindi molto interessante sia da un punto di vista politico che estetico. San Paolo è un posto strano: ci piace pensare a noi stessi come a una città di immigrati, costruita da italiani, giapponesi, portoghesi e spagnoli. Ma viene mitizzata solo quell’immigrazione, risalente agli anni ’50, e molti vivono nella convinzione che quel processo di contaminazione culturale reciproca sia finito, come se la città avesse assunto una forma definitiva. In questo la xenofobia gioca un ruolo fondamentale: gli «ultimi arrivati» – boliviani, africani, asiatici – sono persone con cui gli abitanti di San Paolo non si sentono a proprio agio.

In «Cidade Pàssaro» si incontrano e sovrappongono tante lingue diverse.
È una scelta che nasce proprio dal desiderio di parlare di quest’aspetto di San Paolo, una città in continua evoluzione, abitata da immigrati. I suoi abitanti vanno orgogliosi delle loro origini straniere ma rifiutano di accorgersi che la stessa cosa che è accaduta ai loro genitori sta succedendo davanti ai loro occhi. Un personaggio del film è un migrante ungherese: in città viene data grande rilevanza al contributo culturale e artistico dalla comunità ebraico-ungherese immigrata durante la seconda guerra mondiale. Ma sono cose che i paulistas vogliono vedere nei musei, e non nelle nostre strade.

In questo momento il mondo del cinema brasiliano è sotto attacco da parte dell’amministrazione Bolsonaro.
La situazione è pessima: sin da subito Bolsonaro ha reso chiaro che intendeva tagliare tutti i finanziamenti per le arti in generale. E l’ha fatto: in alcuni casi ufficialmente, in altri «per vie traverse». Quindi essere un filmmaker in Brasile oggi significa guardarsi intorno e vedere tutti i propri amici senza lavoro, che si chiedono che fare, come pagare le bollette. E quello di Bolsonaro è un attacco rivolto anche a molte altre comunità, come quella Lgbt. Non ho molta speranza che le cose possano cambiare a breve, ma sono convinto che continueremo a fare film: nessuno può impedirci di girare con i nostri cellulari, in modo più economico. Quindi le misure del governo non fermeranno il cinema brasiliano, ma avranno un enorme impatto sul genere di film che produciamo. In questi giorni ho sentito spesso un’affermazione che trovo intellettualmente disonesta: alla Berlinale ci sono 19 film brasiliani quindi dopotutto la condizione del nostro cinema non deve essere troppo drammatica. Ma la produzione dei film che vengono presentati qui a Berlino è cominciata molto tempo fa, prima che Bolsonaro venisse eletto – non sono quindi un indicatore dello stato attuale del cinema nel paese. E finché dura questo governo non credo che ci saranno molti cambiamenti. A San Paolo il dipartimento regionale di Ancine (l’agenzia nazionale cinematografica, ndr) rappresenta un luogo di resistenza: vengono ancora finanziati progetti con tematiche Lgbt, c’è inclusività sui set. Ma ora Bolsonaro vuole nominare un prete alla guida di Ancine.