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L’Italia può spegnere Internet se lo vuole

Hacker's Dictionary. La relazione dell’Intelligence presentata sottolinea i rischi cyber per l’Italia, dalla destra in rete ai nation state hacker fino agli attivisti di Anonymous

Il premier Giuseppe Conte

Il premier Giuseppe Conte

L’Italia ha una squadra nazionale di hacker. Sono i futuri cyberdefender, selezionati da scuole e università attraverso la Cyberchallenge. L’Italia ha la Golden Power, cioè speciali poteri di veto nei confronti di produttori e tecnologie, come il 5G, che possono rappresentare un pericolo per la democrazia e l’economia della penisola. L’Italia ha pure un «Internet kill switch». Significa che in presenza di un rischio grave ed imminente alla sicurezza nazionale causato dalla vulnerabilità di reti, sistemi informativi e servizi informatici, il Presidente del Consiglio può disporre la disattivazione, totale o parziale, di Internet. Con le necessarie garanzie di legge. Una possibilità remota, ma prevista dalla legge sul Perimetro nazionale di sicurezza cibernetica a cui è dedicato gran parte dell’allegato alla «Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza» presentata al Parlamento il 2 marzo. L’allegato, chiamato «Documento di sicurezza nazionale», fa il punto sulla minaccia cyber e già dal nome chiarisce come la sicurezza cibernetica e la sicurezza nazionale siano indissolubilmente legate.

Mentre il documento sottolinea la costante evoluzione delle minacce al nostro paese, chiarisce la costante e contemporanea evoluzione dell’assetto cibernetico italiano, la «postura», si dice in gergo, e la mette in relazione con alcuni fattori di crescita e di innovazione che in una società aperta, digitale e iperconnessa, possono trasformarsi nel loro contrario e diventare vere e proprie minacce: cioè gli algoritmi di intelligenza artificiale, la crittografia e l’informatica quantistica. Settori su cui l’Italia dovrebbe investire di più.

E tuttavia ci ricorda che la legge sul Perimetro nazionale, grazie al raccordo con la normativa sul Golden Power, alla nascita del Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale, al futuro Csirt per rispondere prontamente alle emergenze, e ai poteri speciali di intervento, l’Italia è in grado di «affrontare con la massima efficacia e tempestività situazioni di rischio grave e imminente per la sicurezza nazionale in ambito cyber».
Così, seppure appare eccessiva l’attenzione data ai fenomeni di hacktivismo e il riferimento piuttosto blando – si dice per motivi di sicurezza – agli attori statali che minacciano l’Italia con le loro cyberarmi, il documento invita a focalizzare l’attenzione sulle amministrazioni pubbliche, le meno attrezzate a rispondere agli attacchi informatici.

Nella relazione dell’intelligence tuttavia sono indicati alcuni elementi di rischio riportati alla loro giusta dimensione: le cryptovalute non sarebbero un canale preferenziale per foraggiare il terrorismo; la galassia delle formazioni di estrema destra è molto frammentata e agisce prevalentemente sul web; la disinformazione, con campagne mirate contro la tenuta democratica del paese, è per lo più sotto controllo.
Insomma, il quadro fornito sembra rassicurante, ma non permette di abbassare la guardia.

E tuttavia è proprio grazie al lavoro svolto da Governo e agenzie di sicurezza che secondo l’organizzazione pro-consumatori Comparitech l’Italia si troverebbe oggi al trentesimo posto tra i settantasei paesi più sicuri dal punto di vista cibernetico. Con gli Usa al diciassettesimo e la Germania al terzo posto. La classifica, su dati Kaspersky e Itu relativi a telefoni e computer infetti, malware finanziari e cyberattacchi, vede il Bel Paese scalare 10 posizioni rispetto all’anno precedente anche grazie al buon punteggio ottenuto per aver legiferato in maniera efficace in materia di cybersecurity.


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