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Lettere

Nel mondo della ristorazione non siamo tutti sulla stessa barca

Cari ristoratori, care ristoratrici,

Io vi conosco, so chi siete. Nella fumettistica narrazione dei buoni contro i cattivi, fino a ieri questi ultimi eravate voi: voi che alla nostra richiesta di diritti, garanzie, banalmente un contratto di lavoro ci avete riso in faccia. Magari non proprio voi, non specificatamente voi, non voi personalmente perché certamente ci sono anche gli onesti che non assumono in nero, sebbene una ricerca di Gambero Rosso del 2017 rivela che più della metà dei lavoratori del settore è in nero, ma comunque… V

oi, oggettivamente piegati da una tassazione spropositata. Voi, che ci dite da decenni che “Non è il momento”. Non era il momento vent’anni fa, quando potevate sottopagare un qualsiasi immigrato, comunitario o non. Non era il momento dieci anni fa, perché c’era la crisi. Non era il momento nemmeno l’anno scorso, perché questo mestiere è un’incognita. Ovviamente, non lo è ora, dopo una chiusura prolungata, gli incassi più che dimezzati. Peccato che ora, per via di quel momento mai arrivato, noi siamo a casa, senza soldi né sussidi o bonus per pagare l’affitto, le bollette, per fare la spesa, perché sì, anche noi abbiamo il brutto vizio di mangiare tre volte al giorno. E no, non mi affido al Reddito di Cittadinanza; non mi affido a un sussidio che migliaia di persone stanno aspettando dal primo lockdown; non mi affido a un servizio che si arroga il diritto di propormi un lavoro in una qualsiasi zona d’Italia e che non per forza sia nel mio ambito di lavoro, pena l’annullamento del sussidio.

Tuttavia, noi vi capiamo. Noi che siamo stati la spina dorsale dei vostri locali, ristoranti, lounge bar, cocktail bar, hotel, spa, agriturismi, villaggi turistici… sappiamo bene cosa vuol dire non avere certezze. Noi bartender, camerieri, cuochi, chef e lavapiatti siamo le rockstar di questo millennio: campiamo alla giornata, il massimo della prospettiva è la stagione da qualche parte – la tournée – per poi fermarci di nuovo, riorganizzarci, reinventarci, spostarci. Non posso nascondervi, tuttavia, che vedervi in piazza richiedere i diritti di cui voi stessi ci avete – per un motivo o per l’altro – privato per anni è a suo modo toccante. La fame fa paura, non è vero?

Ad ogni modo, eccoci qua. Non tutti e non sulla stessa barca, non azzardatevi nemmeno. Mi piacerebbe essere sulla stessa barca di un dipendente pubblico o di un pensionato, dico davvero. Mi piacerebbe anche essere come quei venticinquenni miei coetanei che puntando il ditino mi dicono che il problema del lavoro nero sono io, perché ho accettato quella condizione; che è un po’ come andare da Pippo Calzatura in periferia a Palermo e dirgli: “Eh beh Pippo, è inutile lamentarsi del negozio andato a fuoco se poi non paghi il pizzo”. Ipocriti con la fortuna di essere privilegiati; ipocriti poiché non riconoscono la loro condizione, poiché non contemplano il disagio altrui. Ipocriti poiché spesso amano dire che “si occupano della Cosa Pubblica” e che il Primo Maggio invocano lo Statuto dei Lavoratori, convinti che sia ancora effettivo. Perché, vi svelo un segreto, non lo è più da tempo.

Ma comunque, eccoci qua. In questo scenario, le opzioni sono solo due: abbattere le divisioni tra ristoratori e dipendenti (più o meno in regola) che palesemente sono state create in decenni di pessima gestione del personale e ricominciare da capo in virtù di una pace sociale, prima che fiscale; oppure continuare a fomentare questa guerra tra poveri, che da banale metafora si sta concretizzando sempre più, rischiando di degenerare i veri e propri conflitti tra classi.

Prima di manifestare per i vostri diritti, riconosceteci quelli che noi vi abbiamo chiesto per decenni. Poi uniamo le forze. Non è questione di tifare per i deboli. È questione di riconoscere a ognuno i propri diritti. È questione di civiltà.

Ristoratori, ristoratrici, per la prima volta stiamo chiedendo tutti e tutte la stessa cosa. A voi la scelta.

In fede,

Alessio Spetale

bartender molto precario