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Lettere

Cgil, scontro all’ultimo voto

In merito a quanto scritto sul manifesto del 10 maggio da Antonio Sciotto sul Congresso della Cgil, precisiamo che l’area di Lavoro Società non si è sciolta, e che la grande maggioranza dei suoi dirigenti nazionali e dei 62 delegati presenti in platea ha confermato la continuità, in questa fase, dell’esperienza collettiva, sostenendo la lista 1 che ha ottenuto l’80% dei consensi.

Altri compagni provenienti da LS hanno invece deciso di uscire e di sostenere la lista 2. Il numero di presenze nel Direttivo nazionale, che è frutto di dinamiche congressuali legate al voto su tre liste, non corrisponde alla reale rappresentanza complessiva e diffusa nei gruppi dirigenti dei territori e delle categorie.

Aggiungo che adesso non ci sono più ambiguità: chi ha sostenuto la seconda lista dovrà definire coerentemente il proprio profilo di opposizione. È questa la differenza sostanziale, di ordine politico e non personale, tra chi si riconosce nella propria storia di sinistra sindacale, e chi invece ha scelto di sostenere un documento conclusivo, quello firmato da Landini, Moccia e Nicolosi, privo di proposte e di reali contenuti di merito, e pieno di denigrazione e di rancore verso la Cgil e la sua segretaria generale, alla cui rielezione l’opposizione ha scelto di non dare il proprio voto favorevole, in contrasto con i comportamenti di lealtà e di rispetto delle regole comuni che hanno sempre caratterizzato la cultura non minoritaria delle aree programmatiche, da Alternativa Sindacale a Lavoro Società.

Si è voluto indicare un capro espiatorio, sfuggendo alla responsabilità, che è collettiva, dei limiti e delle sconfitte che pure ci sono stati. La democrazia sembra essere diventata appannaggio della minoranza, cioè di quel 16,7% che è fisiologico per un’organizzazione di quasi 6 milioni di iscritti. Si sono messi in discussione i principi della democrazia partecipata e il risultato congressuale da cui deriva la formazione del gruppo dirigente, togliendo valore al voto della maggioranza dei delegati e degli iscritti.

Il rischio è che la più grande organizzazione di massa, pluralista e democratica che ha le sue radici profonde nella storia sociale e politica della sinistra di questo paese, possa subire un pericoloso processo involutivo e distruttivo della storia confederale e di rappresentanza generale, mentre tutti dovremmo sentirci impegnati a concorrere a un processo positivo di innovazione, di rinnovamento del sindacato e di rafforzamento della sua capacità di riunificare e di rappresentare gli interessi complessivi di classe e di un mondo del lavoro frantumato e disperso.

Se dovesse saltare quel principio di solidarietà che è elemento fondativo della Cgil, prevarrebbero il corporativismo, l’egoismo, i personalismi distruttivi. E così avremmo perso tutti. Proprio in una fase nella quale lo scontro con il governo Renzi, che non vuole riconoscere la rappresentanza del sindacato si fa più aspro, e la Cgil, forte della propria autonomia, di giudizio e di azione, sta lanciando una grande vertenza unitaria sulle pensioni, contro i danni prodotti dalla controriforma Fornero.

Giacinto Botti (Lavoro Società), Comitato Direttivo nazionale Cgil

Risposta:

Nel mio articolo, ironico ma comunque documentato, riportavo il fatto che sia la vostra area (diciamo dei «camussiani») che quella di chi si è alleato con Landini, rivendicava di poter «controllare» la maggioranza dei delegati al congresso. Voi affermate di avere la maggioranza di quei 62 delegati, ma anche Nicola Nicolosi si attribuisce qualcosa come 50 voti a favore. Al momento del voto delle liste del Direttivo, infatti, l’area Landini-Moccia-Nicolosi ha preso 55 voti «inaspettati»: ora, se una buona metà saranno magari «camussiani» convinti da Landini a votarlo, dall’altro lato Nicolosi afferma che almeno 25 sono dei vostri, aggiuntisi quindi a quelli che già aveva.

Quanto al voto alla segretaria Camusso: nessuno si scandalizzerebbe se i 18 «landiniani» presenti avessero votato tutti contro. Ma va detto che Maurizio Landini non ha dato indicazioni di voto, mentre Nicolosi afferma che tra quei 18 qualcuno ha probabilmente votato pro-Camusso, per il discorso di «cultura» sindacale che voi citate.

Ma se posso permettermi, non è frutto di una cultura un po’ superata l’idea che fai un’opposizione per mesi e poi magari voti a favore della segretaria? Perché in Cgil avete ancora bisogno di voti bulgari? Piuttosto, visto che lo «scontro» con il governo di cui parlate, la Cgil lo sta perdendo (vedi decreto Poletti), usate le vostre energie per fare un’opposizione nella «vertenza pensioni» meno fallimentare di quanto non sia stata quella contro la riforma Fornero (come vi hanno contestato peraltro Carla Cantone e Maurizio Landini, che insieme rappresentano ben oltre la metà degli iscritti Cgil).

(an. sci.)