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Editoriale

Le armi non consegnate del partigiano Milton

Beppe Fenoglio, Ginevra 1960

Beppe Fenoglio, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, si definiva «partigiano a vita». Non era una postura retorica ma la piena consapevolezza, tanto più netta in un uomo così schivo e laconico, che senza l’esperienza partigiana e la guerra civile, cui aveva partecipato nelle Langhe da ufficiale di collegamento, né la letteratura né la sua stessa vita avrebbero mai avuto un senso. I lettori delle sue opere maggiori (da I ventitre giorni della città di Alba, ’52, a Una questione privata, ’63, fino a Il partigiano Johnny che in pieno ’68 Lorenzo Mondo trasse per la prima volta da un iceberg di tremila pagine inedite) lo sanno da sempre.
Né possono stupirsi oggi alla notizia, diffusa da Margherita Fenoglio sua figlia, che in fondo a un vecchio armadio della casa di Alba sono state ritrovate intatte una carabina M1 calibro 30 e una Colt 45. Sono le armi di Milton, il protagonista (portavoce e sua evidente proiezione autobiografica) di Una questione privata. Dunque Fenoglio, alla fine della guerra civile, non aveva consegnato le armi e anzi le aveva celate con la cura che si deve a un intangibile tabù. È ovvio, ora per allora, domandarsene il perché. Fenoglio non era certamente un uomo da serbarle in attesa di un’azione rivoluzionaria all’indomani della Liberazione.

La scheda che gli dedica l’albo d’onore dell’Anpi parla chiaro rilevando come dopo una prima infelice esperienza fra i garibaldini, egli si era arruolato fra i badogliani dal fazzoletto azzurro e sappiamo dal lavoro di ormai due generazioni di interpreti (cui va il merito di averne iscritto l’opera al centro del secolo Breve, da Maria Corti, Maria Antonietta Grignani e Dante Isella a Luca Bufano, Gabriele Pedullà e Piero Neri Scaglione, il quale ha firmato Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Einaudi 2006) che lo scrittore il 2 giugno avrebbe votato monarchia e, alle elezioni politiche, non si sarebbe mai spinto oltre i socialdemocratici di Giuseppe Saragat. Perché Fenoglio era e sarebbe rimasto un anticomunista, politicamente molto più tiepido dei suoi maestri, Leonardo Cocito e Pietro Chiodi, che al liceo di Alba lo avevano educato all’antifascismo militante e gli avevano dato l’esempio della lotta armata dove si sarebbe segnalato per l’efficacia e la durezza delle sue azioni non esclusa, a quanto pare, la diretta esecuzione di una spia.

Perché allora quelle armi e da quale orizzonte esse tornano davanti a noi? La possibile risposta è nel titolo, paradossale, di Una questione privata, che vuol dire esattamente il suo opposto, perché allude a una scelta primordiale che è «pubblica» o «politica» proprio in quanto pagata fino in fondo e in prima persona: non è un caso che il nome di Fenoglio torni di continuo, alla maniera di un paradigma, nel grande libro di Claudio Pavone, Una guerra civile (’91) il cui eloquente sottotitolo è appunto Saggio sulla moralità nella Resistenza. Perché mai Fenoglio avrebbe dovuto consegnare le armi, e a chi, e in nome di che cosa? Nei pochi anni che gli restavano da vivere (sarebbe morto appena quarantenne nel febbraio del ’63, semplice impiegato in una azienda vinicola) tutto gli parlava ancora del fascismo e del sangue versato per abbatterne la dittatura anche se nulla lasciava presagire la successiva e pubblica amnesia, la canèa revisionista, le balle svergognate sulla Morte della Patria e i Ragazzi di Salò: ma è come se Fenoglio tutto questo l’avesse temuto o, anzi, presagito.
Wilfredo Caimmi, un comandante partigiano (memorialista anche lui, autore con Alfredo Antomarini di Ottavo chilometro, il lavoro editoriale 1995) fu processato e detenuto ad Ancona, una ventina d’anni fa, per avere interrato nel giardino di casa le armi dei compagni morti nella battaglia di Monte Sant’Angelo di Arcevia, una delle più cruente a ridosso della Linea Gotica: a chi gliene chiedeva il perché, Caimmi rispondeva impassibile che sarebbe stato come consegnarle in effigie ai nazifascisti, cioè violare la memoria dei morti e il rispetto dei sopravvissuti. Per questo nel paese che del trasformismo e dell’opportunismo ha fatto una metafisica identitaria o persino un certificato di affidabilità per le sue classi dirigenti, il rinvenimento delle armi di Beppe Fenoglio oggi ha insieme il valore di un esempio e di una restituzione simbolica. Aveva scritto che «senza i morti – i nostri e i loro – nulla avrebbe senso», ed era tra i pochi che potessero permettersi di scriverlo.

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