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Editoriale

L’amnistia ce la impone l’Europa

Diritti. Un nuovo provvedimento di amnistia e di indulto corrisponde a un obbligo giuridico nei confronti della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma anche a un imperativo morale e umano

Alla marcia di Natale del 2005 per l’amnistia e per l’indulto, promossa dai radicali di Marco Pannella, Giorgio Napolitano c’era. Aveva già ottant’anni, era già un po’ curvo, e – dal momento che a tratti piovviginava – indossava un impermeabiluccio di colore marrone.

Sette mesi dopo, finalmente il Parlamento avrebbe approvato un provvedimento di indulto – non accompagnato da una contestuale amnistia – che avrebbe avuto una funzione parziale e provvisoria, ma provvidenziale. Senza di esso, per capirci, la popolazione detenuta, allora di circa 62mila persone, sarebbe potuta crescere di altre decine di migliaia di unità, superando ogni precedente, con conseguenze a dir poche catastrofiche.

Quella misura, pur con tutti i suoi limiti, oltre che sacrosanta e con effetti deflattivi estremamente efficaci, ebbe un risultato sorprendente sotto un altro punto di vista: la recidiva tra coloro che ne beneficiarono si è attestata, dopo sette anni, intorno alla metà di quella registrata tra quanti scontano interamente la pena all’interno di una cella. Ebbene quell’indulto, approvato da una maggioranza parlamentare perfino superiore ai due terzi richiesti, fu precipitosamente ripudiato dalla stragrande maggioranza di quanti l’avevano votata appena qualche giorno prima: un caso efferato di disconoscimento collettivo di paternità (e di maternità). Tra i pochissimi che continuarono a sostenerne l’utilità, oltre a Romano Prodi, l’attuale Presidente della Repubblica, la cui sensibilità all’argomento era tutt’altro che contingente, come i suoi atti successivi avrebbero confermato.

Così, qualche anno dopo, dal palco di un convegno organizzato ancora dai radicali, Giorgio Napolitano usò le parole più dure per biasimare condizioni di detenzione che «ci umiliano in Europa». L’Italia era già stata condannata una volta dalla Corte europea dei diritti umani e altre censure – prevedibilmente – ci aspettavano. Da allora si sviluppa una pressante attenzione del Capo dello Stato alla condizione delle carceri. Sia il Governo Monti che il Governo Letta sono stati sollecitati a cominciare la propria attività con appositi decreti-legge per ridurre il sovraffollamento.

Ma Napolitano lo ha sempre detto: una simile situazione, con ventimila detenuti oltre le capacità del nostro sistema penitenziario, non può risolversi attraverso gli ordinari strumenti di legge, seppure adottati in via d’urgenza (purtroppo ridimensionati in sede parlamentare). Serve un generale provvedimento di clemenza, che riduca nell’immediato la popolazione detenuta, e questo provvedimento ha nome, cognome e procedura: si chiama amnistia e indulto ed è previsto dall’articolo 79 della Costituzione. Spetta al Parlamento, con qualificatissima maggioranza, approvarlo. E Napolitano si rimette alle Camere, preannunciando un messaggio che verrà loro inviato non appena vi sarà «un momento di maggiore serenità e attenzione politica».

Non sappiamo se vi sarà, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi o per tutta la durata di questa incertissima legislatura, quel miracoloso momento di «serenità». Il messaggio, però, è stato recapitato. Un nuovo provvedimento di amnistia e di indulto corrisponde a un obbligo giuridico (nei confronti della Corte europea dei diritti dell’uomo), ma anche a un «imperativo morale e umano». Quale che sia il destino di questa legislatura, una risposta positiva all’appello di Napolitano potrebbe riempirla di senso.

P.S.: giova ripeterlo, per quanto tedioso sia per noi farlo: in Parlamento sono stati depositati tre disegni di legge per l’amnistia e l’indulto, firmati da Gozi, Manconi e Compagna e Manconi. Va da sé: nessuno dei tre porterebbe alcun giovamento a Silvio Berlusconi.

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