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Politica

La guerra delle mascherine tra diplomazia e politica

Dispositivi individuali di protezione. Il ministero degli esteri in campo per recuperare i ritardi italiani. In settimana arrivano i primi sei milioni, dalla Cina ma anche dall'Egitto e dall'India. Salvini e Renzi chiedono al governo di riferire in aula

Arrivano tre milioni di mascherine. Dall’Egitto, dalla Cina, dall’India e dalla Russia. Se ne sono dovuti occupare il ministero degli esteri, le ambasciate, l’aeronautica militare. Nell’emergenza mondiale questi dispositivi di protezione individuale (Dpi), tessuto ed elastici da pochi euro (un tempo), sono diventati bene strategico. Scatenando una concorrenza tra stati che neanche il litio o il cobalto. L’Italia è partita male, senza scorte e perdendo il tempo sui primi ordinativi, all’emergere dell’epidemia. Le conseguenze le stiamo vendendo nelle corsie degli ospedali dove il personale sanitario non è sufficientemente protetto, e si contagia, ma anche nelle fabbriche dove si dovrebbe lavorare solo con di dispositivi indossati, ma si va avanti anche se i dispositivi non ci sono.

Non c’è una farmacia del paese che non esponga il cartello «mascherine esaurite», talvolta aggiungendo le istruzioni per farle a casa che chi sta in fila impara a memoria. Usate la garza sterile, le coppette assorbi latte, non la carta da forno. Qualche farmacia ha preso l’iniziativa di produrle per rispondere alle richieste dei clienti, e ieri a Roma una è stata denunciata per vendita illecita di mascherine prodotte artigianalmente. Il Politecnico di Milano ha concluso uno studio sui migliori materiali per produrre mascherine e molte aziende hanno risposto all’appello della Regione per riconvertire gli impianti. Produrranno mascherine con il logo Regione Lombardia, a perenne ricordo della polemica tra il presidente Fontana e la protezione civile che ne aveva fornite di non idonee. In Toscana invece si sono messe in moto le maison dell’alta moda. Gucci, Ferragamo, Fendi, Prada, Valentino, Scervino hanno messo a disposizione laboratori (quasi tutti chiusi al momento) e le sarte da casa. Il materiale, tessuto non tessuto, viene fornito dalle aziende di Prato. Cinesi.

La guerra diplomatica sulle mascherine si gioca anche alle frontiere. Ieri l’assessore regionale alla sanità del Lazio Alessio D’Amato ha denunciato che la Polonia ha fermato alla sua dogana un carico di 23mila mascherine in partenza per Roma. Quello che avrebbe dovuto fare l’Italia con i tamponi prodotti a Brescia e decollati per gli Usa.

Ieri prima Renzi e poi Salvini, che ha chiamato in causa persino Mattarella, hanno fatto delle mascherine un caso politico. Chiedendo al governo di riferire in aula. Certamente non mancheranno le interrogazioni sull’argomento nella seduta di mercoledì prossimo alla camera. Ma intanto Di Maio ha fatto sapere che l’Italia acquisterà dai cinesi di Byd – che produce auto elettriche ma ha immediatamente riconvertito alcuni impianti – ben 100 milioni di mascherine, dei vari tipi che in questi giorni abbiamo imparato a conoscere. La prossima settimana ne arriveranno prima tre e poi altri tre milioni. Poi il ritmo si stabilizzerà su 20 milioni a settimana. Sembra tantissimo, è a mala pena il fabbisogno settimanale degli ospedali. In Francia, dove ci sono carenze e polemiche simili, ne hanno comprate 250 milioni.


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