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Internazionale

Coronavirus: la democrazia e i diritti alla prova dell’epidemia

I rischi delle misure di sicurezza. I governi devono trovare soluzioni capaci di minimizzare i danni subiti senza limitare le libertà

La Diamond Princess al largo del porto di Yokohama

La Diamond Princess al largo del porto di Yokohama

I ricercatori del Center for the future of democracy dell’università di Cambridge misurano periodicamente il grado di soddisfazione nei confronti della democrazia in 150 paesi del mondo. Secondo l’ultimo aggiornamento, la percentuale di persone insoddisfatte nei confronti della democrazia è salita dal 48 al 58% dal 1995 a oggi. Gran parte dell’insoddisfazione nasce dalla crisi economica scoppiata nel 2007 e da come essa è stata gestita dai governi.

LE EMERGENZE mettono alla prova le istituzioni democratiche e la loro capacità di trovare soluzioni che minimizzino i danni subiti senza limitare le libertà individuali. L’epidemia di nuovo coronavirus non fa eccezione. In un commento sulla rivista medica The Lancet, il giurista dell’università di Georgetown (Usa) Matthew Kavanagh si è chiesto se «stati autoritari come la Cina sono meglio attrezzati delle loro controparti più democratiche nella risposta allo scoppio di un’epidemia?» Citando l’economista indiano Amartya Sen, la sua risposta è negativa: «i governi dei sistemi politici chiusi, senza media liberi e partiti di opposizione, faticano a ricevere informazioni accurate e tempestive e a trasmetterle al pubblico. I governi possono rimanere vittima della loro stessa propaganda», scrive Kavanagh.

Eppure, è opinione diffusa anche da noi che le maniere forti del governo cinese, con 60 milioni di cittadini in isolamento, stiano aiutando a contenere l’epidemia e andrebbero imitate più che criticate, anche se comportano qualche violazione dei diritti individuali. Lo dimostra il consenso ottenuto dal ministro Roberto Speranza il 1 febbraio quando ha annunciato che «siamo il primo paese europeo ad aver bloccato tutti i voli da e per la Cina». Ora che il virus è stato rilevato in Africa, è prevedibile che le pulsioni xenofobe si saldino con la psicosi per l’epidemia, con un ulteriore irrigidimento delle leggi anti-immigrazione in nome della protezione della salute collettiva.

LA BIOETICA prova da sempre a stabilire il confine tra i diritti dell’individuo e quelli della collettività. È un equilibrio mobile, variabile a seconda del luogo e del momento storico, spiega Chiara Lalli, che insegna bioetica e storia della medicina all’università La Sapienza di Roma. «In campo sanitario l’autodeterminazione è sempre più importante. Poi ovviamente dipende dai paesi e dalle normative. Pensiamo alla politica riguardo ai vaccini: l’interesse della collettività sembra sparire dal dibattito pubblico, per tornare brutalmente quando si parla di demografia o immigrazione».

SE IN CINA I DIRITTI dell’individuo passano in secondo piano soprattutto durante un’emergenza, in paesi come l’Italia la gestione delle crisi sanitarie è complicata da altri fattori:«purtroppo il dibattito bioetico è caratterizzato da un’impostazione ideologica, da principi non negoziabili e dalla incapacità di analizzare razionalmente le questioni», spiega Lalli. «Non sappiamo valutare il rischio e spesso giustifichiamo divieti o restrizioni in nome di quel principio insensato che è la precauzione. La bioetica dovrebbe usare argomenti razionali, ma spesso è oppressa dalle sensazioni e dai ‘Valori’ (con la v maiuscola)».

Tra governi autoritari e «bioetica delle sensazioni», nello stabilire il giusto equilibrio tra individuo e comunità la ragione e i diritti democratici finiscono in secondo piano. Eppure, dal 1969 l’Assemblea mondiale della sanità ha introdotto un «Regolamento sanitario internazionale», poi modificato nel 2005 allo scopo di «garantire la massima sicurezza contro la diffusione internazionale delle malattie, con la minima interferenza possibile sul commercio e sui movimenti internazionali». Il regolamento affida a un comitato di esperti in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) il compito di decretare le emergenze internazionali e istruire i governi su eventuali divieti alla circolazione delle persone e delle merci ed è vincolante per gli stati membri.

NEL CASO DEL CORONAVIRUS, per voce del suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus l’Oms ha escluso «ogni restrizione agli spostamenti o ai commerci sulla base delle informazioni disponibili» e ha ricordato che «gli Stati devono evitare misure che promuovono stigma o discriminazioni». Invece, man mano che l’epidemia ha toccato nuovi stati, le restrizioni sono andate ben al di là delle raccomandazioni in nome di un presunto «principio di massima precauzione». Secondo l’Oms, ben 72 stati tra cui l’Italia hanno introdotto misure unilaterali.

«Di per sé, non rispettare le raccomandazioni dell’Oms non è illegale», spiega Gian Luca Burci, ex-consulente giuridico dell’Oms ed attualmente docente presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra. «Ma il Regolamento impone agli stati membri di giustificare le misure assunte sulla base di evidenze scientifiche». Secondo un rapporto dell’Oms del 7 febbraio, solo 23 paesi su 72 avevano fornito tali evidenze. Il ministro Speranza non ha voluto chiarire al Manifesto se l’Italia sia tra questi. Insieme ad altri giuristi, Burci ha scritto un durissimo commento su Lancet in cui le restrizioni arbitrarie vengono equiparate a una violazione del diritto internazionale.

TUTTAVIA L’OMS non ha il potere di imporre sanzioni ai governi che introducono restrizioni eccessive, spiega Stefania Negri, docente di diritto europeo della salute all’università di Salerno e co-autrice del commento su Lancet. «Il Comitato di revisione del Regolamento sanitario internazionale dopo l’emergenza Ebola del 2016 aveva dichiarato che eventuali sanzioni sarebbero state “inappropriate e di scarsa utilità”, raccomandando invece un rimedio orientato a garantire pubblicità e trasparenza sulle misure aggiuntive. Questa politica di naming and shaming avrebbe dovuto fungere da deterrente e frenare gli Stati dall’adottare misure eccessivamente restrittive e non supportate da un adeguata evidenza scientifica».

I governi, da parte loro, sostengono di attenersi a principi di «massima precauzione», come se la restrizione dei voli rappresentasse un ulteriore elemento di sicurezza per la popolazione. Invece, numerosi studi empirici mostrano che blocchi e divieti di circolazione sono inutili. Nel 2014, l’università di Nottingham ha effettuato un’estesa analisi sulle restrizioni degli spostamenti durante le epidemie di influenza, una classe di virus meno contagiosi del coronavirus, concludendo: «Le restrizioni agli spostamenti possono ritardare la diffusione dell’influenza ma non impedirla».

CIÒ CHE È PIÙ GRAVE, come spiegano i giuristi su Lancet, limitazioni eccessive possono essere dannose e aumentare il rischio, invece di diminuirlo. «Queste misure possono generare una diffidenza contro un gruppo etnico, come sta avvenendo con i cinesi», spiega Burci. «Inoltre, come si è visto nell’epidemia di Ebola del 2014-2016, fermare i voli rende più difficoltoso il trasporto di materiali sanitari verso l’epicentro dell’epidemia. Infine, inducono le persone a rischio a nascondersi per aggirare le restrizioni».

Può sembrare un ragionamento astratto o «buonista». Ma la realtà fornisce esempi che lo confermano, come la vicenda odierna della nave da crociera Westerdam. I porti di Giappone, Filippine e Corea del Sud hanno rifiutato l’attracco della nave per paura del contagio e la Westerdam è dovuta riparare in Cambogia, nel porto di Sihanoukville, dove i primi passeggeri sbarcati sono rapidamente volati altrove.

In Malesia, una donna statunitense scesa dalla Westerdam è risultata positiva al test per il coronavirus, che evidentemente circolava sulla nave. Lo sbarco è stato interrotto con mille persone ancora sulla nave. Ma rintracciare le persone già sbarcate ora sarà un’impresa e dalla Westerdam potrebbe essersi già diffuso un nuovo focolaio. Le restrizioni attuate da Giappone e Corea del Sud in nome della sicurezza hanno scaricato la gestione del rischio epidemico sulla Cambogia, un paese con un Pil pro capite dieci volte inferiore. E ora nessuno è al sicuro.


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